La Nuova Sardegna

Primo Maggio amaro per l'isola dei disoccupati

di Silvia Sanna
Primo Maggio amaro per l'isola dei disoccupati

Fabbriche chiuse e dipendenti senza stipendio: la festa del lavoro è rimandata anche quest'anno. Sit-in, presìdi e manifestazioni nelle piazze della Sardegna: la battaglia di chi si sente tradito

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SASSARI. Nelle tende, dentro un pozzo o su un traliccio: quando il lavoro non c’è anche il calendario scorre sempre uguale. Niente riposo, neppure oggi. Anzi, il Primo Maggio diventa l’occasione per accendere i riflettori sulle storie di chi non ha nulla da festeggiare. L’isola dei cassintegrati oggi indossa la tuta verde dei lavoratori dell’Eurallumina di Portovesme e il caschetto dei dipendenti della centrale di Ottana. Butta un occhio dentro le case dei lavoratori Cedi-Sigma, da dove i capifamiglia mancano da un pezzo perché c’è il presidio di lotta da mantenere. Come a Nuoro, dove quasi 90 persone domani assisteranno al funerale della loro fabbrica: Idea Motore sarà smantellata, gli impianti e i macchinari inscatolati e portati lontano. Per la Sardegna sarà un altro Primo Maggio di protesta, come accade ormai da molti anni. Con una data simbolica che ritorna in mente: Primo maggio 2010, la festa del lavoro che non c’è sull’isola dell’Asinara. Con i chimici della Vinyls di Porto Torres quasi agli sgoccioli di un’occupazione lunga e faticosa che conquistò la ribalta nazionale ma non restituì il lavoro.

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Niente lavoro. Sono tante e distribuite equamente nell’isola. Dalle più note, come Alcoa ed Eurallumina nel Sulcis, alla storia recente di Ottana Energia, la centrale in ginocchio dopo la revoca delle agevolazioni sull’essenzialità. Nel Sassarese, dove gli ex lavoratori del Petrolchimico di Porto Torres protestano per i ritardi del mega progetto sulla chimica verde, sono finiti anche gli ultimi paracadute: il deserto della zona industriale ha lasciato a terra migliaia di operai che non hanno più neppure i sussidi, cassa integrazione o mobilità. Quella che ricevono i 35 lavoratori della miniera di bauxite di Olmedo, che l’autunno scorso hanno vissuto per protesta a -180 metri. Il loro futuro, molti mesi dopo, ancora non è chiaro.

Chi lavora gratis. Loro il lavoro ce l’hanno, ogni giorno timbrano il cartellino e fanno del loro meglio. A fine mese, però, non ricevono un euro. Anche per loro sarà un Primo maggio particolare. I 1100 lavoratori dei 49 centri Aias non ricevono i compensi da sei mesi, più o meno stessa sorte per i 200 colleghi delle 3 Rsa gestite dalla Fondazione Stefania Randazzo. Anche due giorni fa sono andati a protestare in Regione. L’assessore Arru ha scritto una lettera durissima ai vertici dell’associazione, invitandoli a pagare subito. Nel frattempo molti dipendenti hanno deciso di sporgere denuncia all’Ispettorato del Lavoro. Una situazione difficilissima, senza stipendio, con i conti in rosso e nessuna possibilità di ottenere un prestito dalle Banche. Così anche al San Giovanni Battista di Ploaghe: da 8 mesi i 200 dipendenti lavorano gratis. La Fondazione annega nei debiti, l’unica ciambella di salvataggio per i dipendenti potrebbe essere il passaggio alle Asl. I 48 dipendenti dei Consorzi Zir, alcuni dei quali lavorano gratis da due anni, dovrebbero invece passare ai Comuni. Questo il percorso indicato dalla Regione, ma per ora rimasto sulla carta. Intanto il calendario corre e le giornate scivolano tutte uguali. Anche quelle di festa.

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