La Nuova Sardegna

Un traghettatore per guidare il partito nella bufera

di Umberto Aime
Un traghettatore per guidare il partito nella bufera

L’assemblea è stata convocata d’urgenza per sabato 14 maggio: è probabile la nomina di un comitato di saggi

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CAGLIARI. La casamatta del Pd è in fiamme. Bombardata, centrata, devastata. Le fondamenta hanno resistito, sono storiche e di granito, ma c’è un enorme buco al centro. È accaduto all’improvviso, senza neanche dare il tempo che scattasse l’allarme generale e qualcuno provasse almeno a ripararsi la testa. È arrivata, la bomba, e ha trovato molti, anzi tutti, impreparati, senza elmetto. Il partito però vuole rialzarsi: lo farà o proverà a riuscirci in appena una settimana. Sabato 14 maggio, a Oristano, l’assemblea regionale, 180 convocati, chiamati d’urgenza dalla presidente Giannarita Mele, eleggerà il successore del segretario dimissionario, dimissioni irrevocabili, Renato Soru. Ma quanto segue va scritto subito e molto prima di quanto succederà: a dare la spallata decisiva a chi ormai non aveva più da mesi una maggioranza, con il partito non c’entra nulla. È stata la magistratura. Proprio il luogo, un palazzo di giustizia, dell’ultimo sconquasso interno ha provocato i danni peggiori nel Pd. Alla soluzione estrema e giudiziaria nessuno, neppure gli acerrimi nemici dell’europarlamentare condannato, sarebbe voluto arrivare. E invece a mettere fine alla crisi infinita, dura da gennaio, non è stata la politica e neanche un’improvvisa e dovuta riappacificazione fra le correnti. Che sono almeno tre per essere stretti e tutte ancora prigioniere di un conflitto vecchio e senza fine. Sì, è stato un giudice, una sentenza (anche questa estranea alla vita del partito) a far uscire, in maniera persino troppo brutale, il Pd dallo stallo in cui s’era e s’è infilato. I giorni della navigazione a vista sono finiti, insieme a quelli delle trattative segrete, dei caminetti stretti o allargati. «Basta, siamo stati bombardati». Si contino anche i feriti, ma non ci sono altre strade se non quelle di tirar via le macerie ed eleggere un nuovo segretario. Va deciso tutto in sette giorni, dopo i troppi passati invece a guardarsi in cagnesco e mandarsi a quel paese. Fra meno di un mese ci sono le elezioni amministrative. Poi, sia in caso di vittoria o figuriamoci se arrivasse una sola sconfitta nei grandi Comuni sardi, ci sarà da mettere mano anche all’alleanza al governo della Regione: si sa, ha bisogno del tagliando. Per questo, seppure in evidente stato di necessità, il Pd s’è ricompattato intorno ai pilastri portanti. Le correnti hanno deciso: «Dobbiamo riunirci, non ci sono altre soluzioni». L’ha detto, a caldo e con dispiacere sincero per quel che è successo, Giacomo Spissu. È il portavoce dei popolari-riformisti e del quartetto Cabras-Fadda-Ganau-Lai. A gennaio e dopo soli due anni di convivenza, sono stati loro ad aver divorziato da Soru, secondo questa parte trasformatosi in un inavvicinabile dittatore. «Non è certo questa – ha detto Spissu – la conclusione che ci aspettavamo. Però abbiamo il dovere di andare avanti. Pensiamoci un po’, neanche molto, e agiamo per il bene di tutti» L’ha fatto sapere, nell’immediato e dopo aver espresso convinta solidarietà, il senatore Ignazio Angioni degli ex Ds. È la minoranza sconfitta da Soru, nelle primarie del 2014. «Oggi stesso – ha detto – apriamo una breve ma approfondita riflessione. Scegliamo in questo fine settimana e andiamo in assemblea il prossimo. Non possiamo più vivere nel vuoto». L’ha ribadito, insieme a grande vicinanza umana, Gavino Manca, renziano di stretta osservanza. «Sotterriamo le asce. Se avevano poco senso prima, ora per nulla. Ascoltiamo i suggerimenti della segreteria nazionale. Poi obblighiamoci all’unità e votiamo. Alle porte c’è anche il referendum costituzionale di ottobre. Domani, come oggi, abbiamo bisogno di un partito compatto e deciso». Fra sette giorni lo scettro malconcio del Pd sarà dunque consegnato nelle mani di chi (forse quattro saggi, con un uomo o una donna d’esperienza al vertice) dovrà traghettarlo oltre questi mesi bui. Dovrà farlo bene, altrimenti sarà Roma a imporsi. Ma a quel punto lo sbarco di un commissario varrebbe quanto una seconda batosta e stavolta a tavolino Altro che liberazione, sarebbe peggio dell’ingresso in casa delle truppe d’occupazione.

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