La Nuova Sardegna

Il Pd: via d’uscita per il dopo Soru Le correnti costrette ad allearsi

di Umberto Aime

La condanna del segretario per evasione fiscale e le dimissioni hanno avuto l’effetto di uno tsunami Ora i gruppi cercano nuovi equilibri per superare la fase di stallo e iniziare un nuovo percorso

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CAGLIARI. Da sola nessuna delle correnti ufficiali può farcela. Nel Pd del dopo Soru, che si è dimesso da segretario dopo la condanna per evasione fiscale, i colpi di mano sono esclusi a priori dalla matematica. Per eleggere il successore, la data più probabile resta quella del 21 maggio, almeno uno dei quattro gruppi censiti e comunque sempre in evoluzione dovrebbe contare sulla metà più uno dei 160 voti dell’assemblea regionale del partito. Però oggi nessuna corrente ha un pacchetto così pesante, 81, da mettere sul tavolo e dunque dovrà per forza allearsi con qualcuno o con tutti. In questi giorni d’incontri più o meno riservati, sono proprio le alleanze che verranno il vero problema di un Pd ancora in rianimazione se non alla cieca dopo aver vissuto lo choc della sentenza Andalas-Tiscali.

Alleati cercasi. In questo fine settimana le correnti si sono riunite più volte, poi ci sono stati gli incontri fra le diverse diplomazie anche se la soluzione sembra essere ancora lontana. All’apparenza c’è una gran voglia di spazzare via le nubi con una ritrovata gestione unitaria, anche se è e non sarà facile centrifugare le scorie degli ultimi mesi. La crisi interna è cominciata a gennaio, molto prima del caso Soru, e forse sarebbe sempre in corso se non ci fosse stata la sentenza. Certo, ora il Pd ha come minimo due emergenze (il partito decapitato e le prossime amministrative) da risolvere in fretta ma non è per nulla chiaro chi farà per primo un passo indietro o di lato. Oppure chi dovrà presentarsi ai vertici preparatori, con la cenere sul campo fino ad ammettere: «In questi ultimi due anni, forse abbiamo sbagliato tutti».

Lo scenario. Serve un passo indietro fino al 2014, vittoria di Soru alle primarie, per capire qual è il peso di ciascuna corrente e intuire dove potrebbe pescare. Due anni fa a conquistare la maggioranza dell’assemblea, 83 eletti, fu proprio l’alleanza fra l’ex presidente della Regione e i popolari-riformisti di Antonello Cabras (ex socialisti) e di Paolo Fadda (ex Ppi). Quando ci fu lo spoglio delle schede, in pochi per la verità si presero il disturbo di contare quanti fossero i delegati per ciascun sottogruppo. Che bisogno c’era? A quel tempo in quella famiglia allargata, costruita a tavolino seppure fra mille difficoltà, erano convinti che sarebbero arrivati a governare il partito fino al 2018, scadenza naturale della segreteria eletta. Com’è andata a finire lo sanno bene gli iscritti: il gruppone si è sbriciolato dopo neanche 24 mesi e poi qualche giorno fa è stato un giudice a completare l’opera.

La conta. Oggi, con certezza, sono in pochi a sapere quali degli 83 eletti stiano con Soru e quanti con i popolari-riformisti. Alcuni sostengono che Cabras e Fadda avrebbero dalla loro il 60 per cento della vecchia maggioranza (una cinquantina di delegati) mentre una trentina farebbero parte dell’area soriana. Sono numeri che non bastano a nessuna delle due per scegliere il successore. C’è poi la minoranza del partito, 58 delegati, a sua volta frastagliata fra renziani originali, ex Diesse, Dem, Popolari nuoresi ed ex Margherita. Anche in questo caso definire con esattezza le casacche è un’impresa: i cambi volanti sarebbero continui. Infine, in assemblea, c’è la minoranza della minoranza: i 19 della Traversata. Sono i civatiani che non hanno seguito il loro ex leader fuori dal Pd.

Calcolatrice. Allearsi è dunque una necessità. Quando ancora non circolano nomi sui possibili nuovi segretari (troppo presto) è la calcolatrice a dettare legge. Per governare da soli, i popolari-riformisti dovrebbero firmare l’accordo con almeno metà dell’attuale minoranza. Mentre i soriani per fare lo stesso dovrebbero stringere un patto con l’intera minoranza. Però il Pd ha capito che è finita l’era delle prove muscolari. Ormai è sicuro: nascerà un’altra famiglia allargata e più grande per gestire la transizione fino al congresso straordinario. Che potrebbe essere subito prima o subito dopo il referendum di ottobre, ma è ancora presto per decidere anche quella data.

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