La notte di sangue di Igor: li ho uccisi, non so perché
Il figlio dei coniugi Diana: «Ho colpito forte con il bastone, poi li ho accoltellati»
CAGLIARI. «Perché l’ho fatto? Non so perché, davvero non lo so. Non mi capivano, i miei genitori non mi capivano...»: sguardo perduto nel vuoto di una vita che si è già trasformata in un processo penale, Igor Diana ha confessato la sua notte di sangue al sostituto procuratore Daniele Caria come se parlasse con un amico, le lacrime che colavano incessanti dall’estremo degli occhi. Non è più un sospettato: quando il magistrato l’ha raggiunto in una stanza dell’ospedale Cto di Iglesias sul suo capo già pendeva l’accusa di omicidio volontario aggravato dal fatto di aver tolto la vita a familiari, tentato omicidio e detenzione illegale d’arma da fuoco. Era lucido, provato ma apparentemente tranquillo. Consapevole di dover rinunciare forse definitivamente alla propria libertà per affrontare una china senza speranze e senza futuro.
Il destino. Il destino di Igor e quello dei genitori adottivi si è compiuto nel breve spazio di un quarto d’ora, nella notte di domenica scorsa. Il racconto è agghiacciante: «Dormivano - ha riferito al magistrato - io ero nella mia stanza e non riuscivo a chiudere occhio». Pensieri, ricordi di un’infanzia trascorsa da orfano a San Pietroburgo, forse rancori stratificati nei diciott’anni trascorsi in Sardegna. D’un tratto la decisione, un atto di follia ragionata: «Ho preso la mazza di legno e sono andato nella loro stanza». Pino e Luciana erano distesi sotto la coperta, non sapevano di avere ancora solo pochi minuti da vivere: «Ho colpito forte, prima mio padre e poi mia madre. Colpi, colpi... non so quanti, ma non sono morti».
Le urla. L’uomo ha urlato, si è rivolto al figlio per cercare di fermarlo. Una vicina di casa ha sentito, ma ha pensato a una lite familiare. Invece era una tragedia: lui, il padre, è riuscito a rotolare giù dal letto, ha compiuto qualche passo carponi verso la porta, pur stordito dalle bastonate è scivolato dabbasso attraverso le scale, fino al piano di sotto. Igor non l’ha detto, ma la convinzione degli investigatori è che cercasse di difendersi da quella furia scatenata: voleva prendere la Beretta. Un tentativo estremo, disperato di fronteggiare una minaccia che mai avrebbe potuto prevedere. Ma non ha fatto in tempo ad armarsi, Igor l’ha raggiunto a grandi passi: «Ho preso un coltello dalla cucina e gliel’ho piantato nella gola».
Il sangue. Col magistrato che ascoltava impietrito, il giovane di origine russa ha descritto il sangue, le urla rauche del padre che esalava gli ultimi respiri. E il movente che non è un movente, una sorta di mantra purificatore: «Non so perché l’ho fatto... non mi capivano».
La scena. Il seguito è la scena di un crimine efferato, che però doveva ancora registrare l’epilogo: «Sono risalito fino alla loro camera da letto e ho colpito mia madre al collo, non so quante volte... forse tre o quattro». L’autopsia parla di quattro fendenti, che scolpiscono nelle carte del verbale un’indubbia volontà omicida, un odio mortale espresso in forma istantanea e incontrollata. Nato chissà come nei meandri di una psiche alterata dalle sofferenze dell’infanzia, poi anche da quell’incidente stradale del maggio 2013, un motociclista che perde la vita dopo lo scontro con l’automobile condotta da Igor: «Non è stata colpa mia, l’hanno detto tutti - ha insistito, rivolgendosi al magistrato come a giustificare almeno quel fatto - lui correva, correva troppo, io che cosa potevo fare per evitarlo?».
Il cambiamento. Forse è così, non aveva alcuna responsabilità. Eppure quella tragedia della strada ha segnato una svolta nell’esistenza di Igor, dopo quel fatto il giovane generoso e sereno che a Settimo San Pietro conoscevano non è stato più quello di sempre. Era un ragazzo bello, educato, simpatico, era diventato un giovane buio e scontroso, sempre preso dai pensieri. Ma basta uno stato d’animo fiaccato dal dolore per spiegare una mattanza come quella avvenuta nella villetta di via Copernico? Basta a considerare normale una notte trascorsa coi cadaveri dei genitori in casa, in mezzo al sangue? Forse no, ma sarà una perizia psichiatrica a dare una risposta alle ultime domande.
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