«Finalmente giustizia, i soldi non ci interessano»

SASSARI. Quando Salvatore tornò a casa per una licenza di 6 giorni, la madre Giuseppina capì che era successo qualcosa di grave. Era il 14 aprile del 1999. Il caporalmaggiore dell’Esercito, che era...

SASSARI. Quando Salvatore tornò a casa per una licenza di 6 giorni, la madre Giuseppina capì che era successo qualcosa di grave. Era il 14 aprile del 1999. Il caporalmaggiore dell’Esercito, che era partito volontario in missione e non vedeva l’ora di tornare in Bosnia, aveva la febbre e la fronte costantemente bagnata di sudore. «Beveva cinque litri d’acqua al giorno – racconta la madre – eppure aveva sempre sete. Io sapevo che si era ammalato. E avevo capito subito che non si trattava di una semplice influenza». Ma sei giorni dopo, finita la licenza, Salvatore era pronto a ripartire. Lasciò la sua casa a Nuxis e andò all’aeroporto di Cagliari. «Ci fu un problema, legato alla comunicazione di un orario sbagliato – continua la madre –. Tore, e come lui alcuni suoi colleghi, su quell’aereo non salirono». A quel punto tornò a casa e il giorno dopo riprese servizio alla Caserma Monfenera di Cagliari. «Ma il giorno successivo al rientro al lavoro si sentì male e venne ricoverato nell’ospedale militare». Iniziò l’incubo. Perché Salvatore stava male ma nessuno, a parte i familiari e gli amici, gli credeva. «Dicevano che faceva finta perché non voleva ritornare in missione, lo disse anche un generale. Invece mio figlio continuava a dimagrire, arrivò a perdere un chilo al giorno». Sino al 16 agosto non ci fu una diagnosi. «Fu una dottoressa dell’ospedale San Giovanni di Dio a comunicarci che si trattava di leucemia: ci disse che l’avevamo portato quasi morto. Lo ricoverarono all’Oncologico ma per mio figlio ormai non c’era più nulla da fare. Ci ha lasciato il 9 settembre».

Da quel giorno Giuseppina ha iniziato la sua battaglia. Nessuno poteva restituirle Salvatore, ma rendergli giustizia sì: «Perché io sapevo che si era ammalato in Bosnia, maneggiando proiettili e armi all’uranio nell’area che più di altre era stata bombardata. Invece la Difesa diceva che mio figlio si era ammalato a casa, durante la licenza. Anche l’allora ministro Sergio Mattarella disse che la sua morte non era legata alla missione e alle sostanze con le quali era entrato in contatto e che trasportava ogni giorno con il camion. Per questo oggi voglio le sue scuse». Dopo 17 anni di battaglia, la Corte d’Appello ha detto che Giuseppina – che oggi ha 70 anni, mentre Salvatore ne avrebbe compiuto 40 – aveva ragione. «Questo ci interessava, basta, dei soldi non ci importa niente. Da quando è morto Salvatore la nostra vita è stata distrutta. Mio marito, maresciallo dei carabinieri in pensione, ha smesso di uscire, si è chiuso in casa. Per me e gli altri miei figli Stefano, Caterina e Claudia, ora si chiude un capitolo dolorosissimo». Salvatore continua a vivere nei ricordi, nelle parole degli amici e nelle fotografie: come quella in cui tiene in braccio i nipotini, la più piccola nata appena un mese prima del ritorno dalla missione, febbricitante e stanco. L’inizio del suo calvario. (si. sa.)

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