La Nuova Sardegna

Desulo, Littarru accusa: «Io lasciato solo, non possono ancora ignorarci»

di Paolo Merlini
Desulo, Littarru accusa: «Io lasciato solo, non possono ancora ignorarci»

La denuncia del sindaco: «Ho saputo dell’arrivo dell’unità di progetto per la peste suina da un sms del suo responsabile, Alessandro De Martini»

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INVIATO A DESULO. «Ho saputo dell’arrivo dell’unità di progetto per la peste suina da un sms del suo responsabile, Alessandro De Martini: “Siamo a Desulo”. Erano quasi le otto di lunedì, il blitz evidentemente era appena iniziato. “Dove siete, in quale zone opererete”, ho chiesto. Non ho avuto risposta». Gigi Littarru, sindaco di Desulo, sinora ha resistito alle minacce, alle auto incendiate di alcuni suoi collaboratori, alle fucilate ad altezza d’uomo contro la casa dove abita con la moglie e i figli. E si sente un rappresentante dello Stato, o ciò che ne resta in un paese in cui il Comune paga di tasca propria un minibus per trasportare gli studenti all’uscita del paese, dopo che da due anni l’Arst ha cancellato il centro del Gennargentu dalle proprio corse. Motivazione: la strada sta per crollare, i mezzi pesanti non possono transitarvi. «Ho mandato giù tutto, ma non accetto che si tratti così un servitore dello Stato, quale mi sento di essere a pieno titolo».

«Faccio da parafulmine». Quarantacinque anni, sottufficiale dell’aeronautica militare, Gigi Littarru è un ragazzone vicino al metro e novanta, con un fisico che potrebbe ispirare soggezione se non fosse per lo sguardo mite dietro gli occhiali rettangolari. Parla chiaro, è noto per il suo pragmatismo e il senso delle regole, e sbotta di rado. Ma quando lo fa non le manda a dire. È anche per questo che, dopo cinque anni di amministrazione, nel 2015 i compaesani gli hanno confermato la fiducia per un nuovo mandato, con il 71,91 per cento delle preferenze (aveva votato il 75% dei desulesi).

Ora, a un anno di distanza, potrebbe lasciare. «Mi chiedono se le minacce di dimissioni siano veritiere, oppure l’ultimo tentativo per attirare l’attenzione sui problemi del mio paese e di tutti quelli nella stessa situazione nel centro Sardegna. Rispondo che non posso continuare a fare da parafulmine tra la Regione e i proprietari dei maiali da abbattere, chi me lo chiede non ha il senso della realtà di un territorio come il nostro. Può un sindaco, un uomo, passare la sua vita pubblica e privata sotto pressione costante? La risposta è no. Alla lunga ci si stanca e tutte le energie spese inutilmente sfiancano anche uno come me abituato a lottare. Può un uomo, un sindaco, vivere e lavorare in un paese dove si è costretti a giustificare le scelte scellerate di Stato e Regione? Ci chiudono gli ospedali, le scuole, i servizi, ci tagliano in trasferimenti e quei pochi soldi che abbiamo non li possiamo investire».

Il paese militarizzato. Ma cosa vuole esattamente Littarru? «Chiedo che all’abbattimento dei maiali – dice il sindaco – segua un piano concreto per rilanciare il settore e di risposte sul piano dell’occupazione. La situazione varia da comune a comune, e ognuno dovrà avere il proprio piano. Chiedo di essere considerato un simbolo dello Stato non solo quando sparano alle finestre di casa, ma anche quando lo Stato o la Regione intervengono come è avvenuto ieri».

Ma il paese lunedì mattina era davvero militarizzato? «No, non esageriamo», dice il sindaco, trascurando il fatto che durante il blitz del corpo forestale un centinaio di celerini in assetto antisommossa aspettava all’interno di autobus e blindati l’ordine di intervenire in caso di problemi di ordine pubblico. Poi c’è il giallo degli abbattimenti: quanti maiali sono stati storditi e poi uccisi lunedì a Desulo? Cento secondo la nota della questura di Nuoro, 76 per la task-force della Regione, cinquanta a sentire chi sta vicino agli allevatori. Come per i comizi di berlusconiana memoria o per le manifestazioni sindacali, la verità probabilmente sta nel mezzo, ma certo è poca cosa rispetto alle stime ufficiose che danno vicini al migliaio i suini che vivono serenamente allo stato brado nel vasto comunale di Desulo. In buona parte nei terreni affidati all’Ente foreste, cioè la stessa Regione, che se lo volesse avrebbe gioco facile a ostacolare la peste suina.

Serve un piano. Ma ora Littarru dice basta. «È tempo di ribellarci, che i sindaci abbandonino i tavoli del dialogo come l’Anci e si riuniscano in un grande movimento di amministratori onesti, fuori da ogni logica partitica». Si dimette oppure no? «O si trovano risposte concrete e definitive, oppure mi dimetto». Quali risposte? «Ripeto, un piano chiaro e condiviso, che guardi alle realtà di ciascun comune. Non si possono mostrare i muscoli come è avvenuto l’altra mattina e poi scomparire nel nulla per mesi. Personalmente sono per il rispetto delle regole, anche in un settore delicato come questo, ma servono interventi mirati. Perché poi chi resta con il cerino in mano siamo noi sindaci. Come se non bastasse ti prendono di mira, ti denigrano, ti minacciano e ti sparano dentro casa. E come risposta ottieni rinvii a giudizio per querele da chi poco prima ti ha minacciato (il riferimento è a una deposizione di Littarru come persona informata dei fatti sul caso noto come Sindacopoli, ndr)».

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