La crisi dello studio: ridateci i maestri di strada
I giovani non sono più attratti dalla laurea e in Sardegna la dispersione scolastica è la più alta d'Italia
di GIACOMO MAMELI
Quando la Sardegna era molto più povera di oggi, un insegnante di Jerzu e diventato maestro negli stazzi fra Baronia e Gallura ogni mattina inforcava la moto Guzzi e - con libri e quaderni in una bisaccia - andava nei cussogghj di Tanaunella, Malamurì e Birgalavò a far lezione a chi non poteva frequentare la scuola nei paesi. Agli scolari dava sussidiario, penna calamaio e matita. Era lo Stato che andava a bocca d'ovile per garantire quel diritto chiamato "pubblica istruzione". Qualche altro Maestro, in Barbagia e Mandrolisai, si trasformava in insegnante transumante in bicicletta (rileggiamo "Storie di gente comune" di Tonino Mameli da Aritzo e di Albino Bernardini di Siniscola e Pietralata). Succedeva lo stesso anche nei furriadroxius del Sulcis. Molti di quei "maestri di strada" erano diventati un mito, stavano a pranzo anche nella pinnetta pur di insegnare a leggere, scrivere e vivere a chi - diversamente - sarebbe rimasto "senza scuola". Maestri eroici. E una Repubblica che, anziché tagliare, investiva in conoscenza. Quegli "alunni di campagna" avevano imparato ad amare la scuola. Qualcuno era arrivato alla laurea.
Le cose, in uno Stato diventato più ricco e tecnologico con Twitter e Facebook, sono cambiate. Ci sono stati anni di dissipazione, di spese folli in una formazione professionale che nulla formava, di presidenti di Regione che dicevano in tivù: "che cosa ce ne facciamo di tanti laureati se devono fare i camerieri?". A ognuno il suo, allora. Ma c'è da riflettere.
I dati che la Banca d'Italia ha reso noti martedì nel salone dei Partecipanti nel Largo Felice a Cagliari sono devastanti. I peggiori degli ultimi dieci anni. La Sardegna mai era stata così mal messa. I giovani non sono più attratti dalla calamita laurea. E neanche dal diploma. Lasciano i banchi prima di conseguire un qualunque titolo.
La dispersione scolastica è la più alta in Italia. Tra il 2007 e il 2014 (tra viale Trento e Villa Devoto si sono alternate sinistra e destra) i giovani fra i 18 e i 20 anni immatricolati all'università sono diminuiti del 21.2 per cento (contro il meno 8 della media nazionale e il meno 16.2 del Mezzogiorno). Sardegna in zona Cesarini. Nel frattempo salgono (+ 17 per cento) le iscrizioni Oltretirreno con scelta scientifica degli atenei giudicati migliori. E - giusto per vedere un semaforo verde - si impongono all'estero molti giovani diventati dottori fra Cagliari e Sassari.
Il calo delle immatricolazioni (a Cagliari c'è stato quest'anno un modesto aumento) non è stato affrontato, come sarebbe stato necessario, dalla politica di casa nostra. Dopo i Maestri in moto Guzzi o in bici, c'era stato un amministratore, Paolo Dettori, a inventarsi una legge chiamata diritto allo studio. La prima in Italia. Fra mille difficoltà, furono radicalmente abbattuti i tassi di analfabetismo. C'era voglia di avere il figlio dottore. Oggi - slogan anglofoni o sardofoni a parte - i giovani tendono a snobbare lauree e diplomi. Eppure la Sardegna è governata da un presidente professore ordinario e da altri sei assessori, pure loro docenti ordinari negli atenei dell'isola.
È stato messo il diritto allo studio al vertice delle azioni di governo? Bankitalia dice no. L’assessore - col consenso della giunta - ha coniato il devastante binomio di "dimensionamento scolastico" nella regione che più di altre aveva invece bisogno di potenziamento scolastico. Un taglio qui e un altro là, col messaggio-harakiri di "dimensionare le scuole". Non era meglio dimensionare qualche ente inutile?
Gli assessori potrebbero rileggere Paolo Dettori, Tonino Mameli e Albino Bernardini. Potrebbero attualizzare la didattica dei Maestri di strada. Semmai andando dai ragazzi che fuggono dalla scuola. Anche negli ovili e negli stazzi. Ci sono ancora. E sono collegati a Internet.
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