Da terra promessa a incognita
I dubbi dei sardi che esportano l’enogastronomia alla corte di sua Maestà
SASSARI
Fino a due giorni fa era un mercato importante, sicuro, ricco. Adesso è diventato un’incognita, un oggetto misterioso con cui si potrà fare i conti solo tra qualche anno. Due, dicono gli economisti e gli osservatori internazionali che in queste ore stanno sondando tutti gli aspetti della Brexit, compresi i possibili scenari che dovrebbero concretizzarsi quando l’allontanamento della Gran Bretagna entrerà nel Dna del sistema economico europeo. E mondiale. Tra gli spettatori più attenti, e preoccupati, ci sono tutti i sardi che hanno deciso di esportare i prodotti dei Quattro mori nella terra dello Union Jack. C’è chi lo fa partendo da una base londinese e c’è anche chi spedisce direttamente dalla Sardegna, affidandosi a una rete di distribuzione collaudata e affidabile.
Da Serdiana, nel cagliaritano, viaggiano verso il Regno unito i vini della Cantina Argiolas: «Adesso è davvero troppo presto per lasciarsi prendere delle emozioni», spiega Giuseppe Pinna, responsabile dei rapporti internazionali della cantina, «ma dovremo monitorare con molta attenzione l’evolversi della situazione».
Anche perché, Argiolas ha un rapporto stretto con in sudditi di sua Maestà: «Facciamo due o tre spedizioni alla settimana e i nostri vini non si fermano a Londra ma raggiungo anche tutto il resto del Regno unito», dice ancora Pinna che poi entra nel dettaglio dei gusti dei britannici, «Gradiscono tutta la gamma e in particolare bevono il Turriga, il Costamolino e anche il Costera. Diciamo che apprezzano la nostra produzione». Ed è per questo che la cantina di Serdiana è costretta da tempo a fare i conti con i dazi doganali imposti dall’erario britannico: «Gli economisti dicono che entro due anni tutti si accorgeranno del reale significato della Brexit ma già oggi esportare in Gran Bretagna è piuttosto costoso: per ogni cento litri di vino che entrano dobbiamo pagare un dazio di 270 euro». Un bella botta che vale 2,70 euro per ogni litro di vino. Come se ogni bottiglia costasse il 10% in più solo perché importata dal continente europeo.
Ma non c’è solo il vino sardo a stuzzicare i palati di inglesi, scozzesi e gallesi. Nella terra di Elisabetta II anche gli antichi sapori della tradizione gastronomica sarda hanno il loro mercato. Un giro che non si limita ai pranzi e alla cene dei tantissimi immigrati ma che ha fatto breccia tra le pietanze di una cucina, quella inglese, non certo rinomata per la sua raffinatezza: «Credo che l’uscita della Gran Bretagna dall’unione europea possa portare in dote aspetti negativi e aspetti positivi», spiega Sebastiano Meloni, direttore della logistica di Sardinia Wine Ltd che, a dispetto del nome prettamente enologico, importa nel Regno Unito tutto il meglio della cucina sarda, dalla bottarga al pane carasau, dalla salsiccia secca ai dolci di mandorla, «sinceramente devo dire che non me l’aspettavo, ero convinto che avrebbe vinto il remain ma il voto ci ha sorpreso e adesso dobbiamo fare i conti con una realtà che ancora non è chiara e che non è stata delineata nemmeno dai politici. Io e miei soci, tutti sardi, siamo convinti che non succede nulla di grave. È vero che questa è una presa di posizione piuttosto dura ma la Gran Bretagna è uno stato abituato a ottenere quello che vuole, come è sempre successo anche nei rapporti con l’Ue». (c.z.)
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