La Nuova Sardegna

Il Regno Unito se ne va Si dimette Cameron Crollano tutte le Borse

di Maria Berlinguer
Il Regno Unito se ne va Si dimette Cameron Crollano tutte le Borse

La gestione della separazione a Boris Johnson, prossima guida Tory In bilico il leader laburista Corbyn, esulta Farage. Sterlina ai minimi

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ROMA. La Gran Bretagna lascia l’Unione Europea e i mercati finanziari, che avevano scommesso sul remain, vanno nel panico e bruciano in poche ore quasi mille miliardi di euro (960). Più colpiti i Paesi periferici dell’Eurozona, Italia, Spagna e Grecia. Piazza Affari con un meno 12,5% e il crollo dei titoli bancari segna il suo record storico negativo, superando il picco dell’11 settembre del 2011.

In una giornata che resterà nella storia lasciando sul campo morti e feriti a partire dal premier britannico David Cameron che ieri ha dato le dimissioni e che potrebbe essere seguito presto dal leader laburista Jeremy Corbyn. Il referendum sulla Brexit ha segnato la vittoria dei leave con 51,9% contro il 48,1%. Un milione e 200mila inglesi, in prevalenza anziani, hanno decretato l’addio all’Europa in una giornata che ha visto, malgrado il tempo inclemente, un’alta percentuale di inglesi andare ai seggi, oltre il 72%. Immediate le dimissioni di Cameron e le reazioni delle istituzioni comunitarie. «Quello che non uccide ci rafforza», dichiara Tusk mentre il presidente della commissione europea, Jean-Claude Juncker, pure esprimendo tristezza, chiede di accelerare le pratiche per l’uscita della Gran Bretagna dalla Ue.

Cameron.«Mi dimetto, il Paese ha bisogno di una nuova leadership, il Popolo ha preso una decisione chiara», annuncia nel suo intervento a Downing Street. Il premier che ha trascinato il Regno Unito e il mondo in questa brutta avventura convinto di vincere la battaglia e sconfiggere la sua minoranza interna, spiega che resterà in carica tre per mesi fino al congresso dei Tory che darà un nuovo leader al partito. Le dimissioni spiazzano tutti, anche l’ex sindaco di Londra, Boris Johnson, schierato per il leave che ieri, prima dell’esito del voto, ha firmato un appello con 88 parlamentari conservatori per chiedere a Cameron di non dimettersi anche in caso di vittoria del leave.

Johnson in ogni caso è stato contestato davanti alla sua abitazione. Nella «sua» Londra ha stravinto il remain come in Scozia e in Irlanda. Esulta Nigel Farage. Il leader dell’Ukip propone di istituire il 24 giugno l’Indipendence Day. E proprio mentre Cameron va a rassegnare le dimissioni dalla regina Elisabetta, arriva la prima doccia fredda: la Scozia potrebbe infatti indire nuovamente un referendum per l’indipendenza da Londra e chiedere di aderire alla Unione europea.

La Ue. Panico nella borse di tutto il mondo e anche a Bruxelles dove nessuno in realtà scommetteva sull’addio inglese. «È una situazione senza precedenti, siamo sgomenti e increduli», dicono tutti i vertici istituzionali, da Juncker a Tusk, al premier olandese Rutte, presidente di turno della Ue. Al termine di una riunione e di un giro di telefonate tra tutte le capitali europee, l’Unione fa sapere che per la Gran Bretgana non sarà più possibile «un posto speciale nella Ue». Bruxelles inoltre chiede a Londra di «lasciare la Ue il prima possibile per non prolungare l’incertezza».

Borse. Dall’Asia all’America è un susseguirsi di cattive notizie. Comincia Tokio. La sterlina va a picco. Anche Wall Street precipita, tirata giù dai listini del vecchio Continente. Milano sprofonda a meno 12,5%. La maglia nera è Atene con un meno 13,42%. Peggio di Madrid che chiude a meno 12,35%. E proprio Madrid tornerà al voto politico domenica in uno scenario ancora molto incerto con i sondaggi che danno Podemos come primo partito.

La Finanza. Banche e istituzioni finanziarie chiedono ora alla Ue e a Londra di collaborare per «assicurare una transizione morbida vero nuove relazione economiche», spiega Christine Lagarde, numero uno del Fondo monetario internazionale. L’obiettivo è prima di tutto fermare il panico dei mercati e evitare gli effetti domino della Brexit. La priorità del momento è fissare una sorta di road map fra Bruxelles e Londra. Il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, prova a esorcizzare il timore di un effetto domino dicendosi convinto che non si tratti della fine del progetto europeo e che si andrà avanti in 27. Sulla stessa linea la cancelliera Angela Merkel, che pure non nasconde la ferita provocata dal «taglio netto» dei sudditi di Sua Maestà. Un mix di inviti e moniti s’incrocia anche da parte dei leader globali: dal Papa, a Barack Obama, a Vladimir Putin, che a dar retta al ministro degli Esteri britannico, Philip Hammond, uno dei cameroniani investiti dalla sconfitta referendaria, dovrebbe avere da celebrare per lo strappo imposto dagli euroscettici. Dalla Nato, del resto, arriva l’invito a puntare sul legame atlantico con Londra, visto che quello europeo appare ormai compromesso. O quasi. Dimettendosi, Cameron - che ieri ha avuto colloqui con vari leader fra cui Matteo Renzi - ha assicurato che «la volontà del popolo sarà rispettata». Ma ne ha affidato l’attuazione al successore. Mentre ha escluso che cambi qualcosa per gli europei che già sono in Gran Bretagna: italiani inclusi, ha fatto eco il ministro Paolo Gentiloni, di fronte alle preoccupazioni di centinaia di migliaia di connazionali d’oltre Manica. Johnson, candidato numero uno a subentrare al numero 10 di Downing Street ha a sua volta abbassato i toni: rivendicando la vittoria, dopo aver reso l’onore delle armi all’amico-nemico Cameron, ma osservando che la Gran Bretagna «resta parte dell’Europa, una grande potenza europea», sebbene intenda «districarsi» dal legame con Bruxelles. E comunque descrivendo un percorso da completare «senza fretta» e senza ricorrere per ora a quell’articolo 50 del Trattato di Lisbona che l’Ue, per chiarezza, vorrebbe a questo punto veder invece invocato. A tenere i toni alti provvedono d’altro canto gli euroscettici storici a cominciare da Nigel Farage, leader dell’Ukip, che esalta «la vittoria della gente comune contro le grandi banche, il grande business e i grandi politici». E contagia d’entusiasmo figure come Marine Le Pen o Matteo Salvini. Mentre dal Labour, alle prese con una faida interna contro il leader anti-austerity Jeremy Corbyn, colpito pure lui dalla sconfitta di remain, torna a farsi sentire la voce di Tony Blair: che azzarda una sorta di congelamento del risultato referendario.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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