La Nuova Sardegna

Il terrorismo fai-da-te che sfugge all’intelligence

di RENZO GUOLO

L’attentatore era sconosciuto ai servizi e non aveva dato segni di radicalizzazione Ma l’ideologia jihadista può diventare ombrello e occasione di riscatto finale

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di RENZO GUOLO

Ancora una volta la Francia è colpita drammaticamente. Dopo Charlie Hebdo e il Bataclan, la strage di Nizza nel giorno in cui la République celebra il rito più importante della sua religione civile, mette duramente alla prova il paese. Il timore è ora quello di un conflitto che potrebbe dividerlo violentemente. Tanto più in vista delle prossime presidenziali e con la concreta prospettiva della vittoria elettorale del Front National di Marine Le Pen.

Paradossalmente, ma non troppo, è proprio il volto del terrorismo fai- da- te , percepito come una minaccia che non consente a nessuno di essere al riparo, a dilatare il fantasma dello scontro di civiltà sul fronte interno. L’autore della strage , Mohamed Lahouaiej Bouhlel non era sorvegliato dai servizi . Per lui nessuna “fiche S”, la schedatura che conduce alla lunga lista, oltre diecimila in Francia, dei radicalizzati che possono costituire potenzialmente un problema per la sicurezza dello Stato. Bouhlel, nato a Sousse città tunisina di altre stragi jihadiste ma diventato francese per naturalizzazione, era invece conosciuto dalla polizia per reati comuni. Come molti altri protagonisti dello jihadismo francese non era nemmeno particolarmente religioso.

Cosa l’ha trasformato nello chaffeur del terrore della Promenade? Vicende personali come il fallimento del matrimonio o i guai giudiziari legati a una rissa dopo un incidente stradale? Oppure l’incontro con elementi radicalizzati in una città come Nizza, che ha fornito a Is o Al Qaeda un centinaio di foreign fighters ? Resta il fatto che Bouhlel ha potuto compiere una strage che, per momento e tipologia del bersaglio, è destinato a aggravare le fratture interne alla società francese e non solo.

L’ideologia islamista radicale, infatti, diventa, in simili circostanze, uno strumento a disposizione dei molti disperati che la adottano per mascherare il fallimento di una vita. In nome di una presunta ideologia del riscatto che consente a quanti si percepiscono come i nuovi “ultimi della terra” di nobilitare, seminando la morte tra il Nemico, la propria fallimentare esistenza.

Certo, simili spiegazioni non valgono per quanti abbracciano lucidamente la causa della jihad, in nome di una concezione del mondo e di una tassonomia del Nemico ben definite dall’ideologia radicale. Ma questo non rende certo meno pericoloso lo scenario.

Anzi, l’irrompere drammaticamente in scena di soggetti psicologicamente instabili, dei solitari che si fanno lupi, aggrava il quadro . Poiché mette nell’angolo le tradizionali tecniche di contrasto tipico degli organismi di intelligence e di polizia, fondate sull’analisi delle scelte e dell’agire razionale rispetto allo scopo solitamente adottate da gruppi ideologicamente coesi. Qui invece il lupo solitario diventa pericoloso perché, improvvisamente, ricorre a un ideologia che considera nemico chiunque ricada in determinate categorie - l’occidentale, il “musulmano” tiepido, il credente di altre fedi - e consente di colpire in ogni momento e ovunque. Rendendo tragica realtà, per chi ne diventa vittima, quella jihad della vita quotidiana che dilata all’estremo lo scontro tra l’islam radicale e tutto ciò che non lo è.

La Francia ha risposto al nuovo attacco con il prolungamento dello stato di emergenza e con la promessa di un maggior impegno sui vari fronti esterni nei quali combatte lo jihadismo: dalla Siria all’Iraq, dal Mali alla Libia. Ma è chiaro che la percezione collettiva che l’Europa possa diventare un nuovo Medioriente, importandone persino le tecniche di guerra asimmetrica come la “car jihad”, alimenta in parte dell’opinione pubblica la sensazione che la minaccia non sia più affrontabile con la sola prevenzione e l’azione di intelligence. Un clima che, mettendo al primo posto la questione della sicurezza e l’inevitabile limitazione dei diritti di libertà in nome dell’emergenza terrorismo, non solo sposta il baricentro dell’agenda politica dei governi ma, in una drammatica spirale, rischia di accentuare la convinzione che occorra mettere nell’angolo anche la religione alla quale gli jihadisti si ispirano. Una logica che produrrebbe ulteriore radicalizzazione, facendo così il gioco dei gruppi jihadisti che, da una simile situazione, trarrebbero linfa.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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