La Nuova Sardegna

«Nascosto in casa mentre fuori si sparava»

di Maria Rosa Tomasello

Un italiano che lavora ad Ankara racconta la terribile notte: «Esplosioni, urla e aerei a bassa quota»

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ROMA. «Il colpo di Stato ufficialmente è finito, ma ad Ankara la situazione non è ancora completamente tranquilla. Dalle mie informazioni è ancora in corso una battaglia nella quarta base dell’Army aviation school. L’ambasciata italiana ci ha chiesto anche per tutta la giornata di oggi di non uscire, per evitare rischi». Sergio Scodanibbio, romano, parla al telefono attorno 14 da dalla sua casa di Ankara nel quartiere di Ayranci, la zona delle istituzioni e delle ambasciate. Si è trasferito ad Ankara per lavoro in aprile e da quando è in Turchia, dice, ha già vissuto un attentato, quello che all’aeroporto di Istanbul il 28 giugno ha fatto più di 40 vittime. «Da un paio di giorni - racconta - c’erano tensione, avvisaglie di qualcosa che non andava. L’ambasciata francese era stata chiusa in vista delle festività del 14 luglio, tutte le iniziative sono state annullate, forse si temeva qualche attentato. Tutta la zona è stata perimetrata, con controlli di polizia particolarmente fitti. Il giorno prima, il 13 luglio, anche noi italiani - i residenti che sono una cinquantina e chi si trova qui per lavoro - siamo stati allertati dalla nostra ambasciata: ci hanno detto di non andare in posti affollati, in zone turistiche».

Cos’è successo questa notte?

«Ieri pomeriggio verso le 20.30-21 ora locale, siamo un’ora avanti rispetto all’Italia, hanno cominciato a volare a quota alta i caccia F16: sorvolavano Ankara inizialmente con giri ampi, poi più stretti, sulla zona centrale. Prima due aerei, poi quattro. A quel punto è cominciato un giro di telefonate con ambasciate, amici, ci hanno detto: c’è qualcosa di pericoloso in giro, tirate su le antenne e state buoni, attenzione. In pochi minuti gli aerei si sono abbassati sempre di più e hanno cominciato a fare molte variazioni, volavano sui tetti, finché verso 21.30 e abbiamo iniziato a sentire spari, bombe, frastuono, sirene. In un’ora si è sviluppato tutto: hanno cominciato a volare gli elicotteri, girava polizia e nessun civile in giro, la città si è congelata, mentre la zona dove si trovano i comandi militari, forse a un chilometro e mezzo di distanza, era operativa. Ho acceso la tv e al Tg1 ho sentito le prime notizie. Il frastuono è aumentato e hanno iniziato a girare i carri armati, che sono passati anche sotto casa mia diretti verso il Parlamento, che si trova a 200-300 metri. Un’ora dopo si è cominciato a parlare del colpo di Stato e abbiamo visto Erdogan in tv che diceva che tutto si sarebbe risolto in breve tempo e chiedeva ai cittadini di resistere e di scendere in piazza per difendere la democrazia».

A quel punto ha visto gente scendere in strada?

«A Instanbul erano tantissimi. Ankara è una città più “fredda”, ma ugualmente hanno manifestato in molti, e fa riflettere che i turchi siano andati in piazza disarmati contro militari armati, che avevano già hanno preso aeroporti, tv, ma si sono trovati davanti il popolo e non hanno avuto il coraggio di sparare. Erdogan si è sentito forte di questo e ha richiamato le forze armate leali avendo già la polizia dalla sua parte, e attorno alle 4 di notte, quando è atterrato all’aeroporto di Istanbul, aveva già ripreso il controllo».

Cos’è successo dopo che ha visto i carri armati marciare verso il Parlamento?

«Si è scatenato un putiferio: dalle 23 alle 5 di mattina la quantità di aerei ed elicotteri che hanno sparato e bombardato è stato impressionato, in molti palazzi i vetri sono andati in frantumi. Avevo aperto uno spiraglio per evitare che si rompessero: stavo in piedi con il telefonino a parlare, ho parlato al telefono e via chat per tutta la notte, con gli amici, con la famiglia, con le persone che conosco qui, ed è arrivata uno spostamento d’aria che mi ha buttato a terra. Sparavano verso il parlamento e i palazzi militari, gli aerei facevano giro e tornavano indietro. Alle 5 ho sentito l’ultima bomba. È stata una notte di guerra. Noi italiani che viviamo qui eravamo tutti più o meno preoccupati: attorno alle 23 l’ambasciata ci ha mandato un messaggio via chat per dirci di restare tutti dentro casa con le tende chiuse, di non fare cenni e di non affacciarci. Anche sotto casa mia ho visto gente che correva e sparava. Morti no».

Qual è la situazione ora?

«Stamattina tutti noi che abbiamo un cellulare turco abbiamo ricevuto un sms in turco firmato da Erdogan che chiede al popolo di scendere in piazza e di mettere una bandiera turca alla finestra, lui ha una grande forza comunicativa, molti l’hanno fatto. Stamattina stanno pulendo le strade, mi dicono che ci sono foto del parlamento distrutto. Credo che uscirò per vedere qualcosa. Abbiamo visto volare gli F16 come in una specie di esibizione, come dire: abbiamo ripreso il controllo».

Dopo quello che è successo tornerà in Italia, almeno per qualche tempo?

«La mia famiglia me l’ha chiesto, erano tutti molto preoccupati. Ci siamo parlati tutta la notte, e anzi devo dire che contrariamente a quanto si è detto, tutto ha funzionato: internet, la tv, le chat, la posta elettronica. Aspetto indicazioni chiare dall’ambasciata, se ci dicono che è un Paese a rischio e bisogna andarsene, lo faremo»

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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