L’economista promuove Renzi: «Buono il patto per la Sardegna»
L’oristanese Mario Macis, professore associato alla Johns Hopkins di Baltimora e allievo di Zingales «Piano ambizioso: la ripartizione riflette i principali deficit, ma gli interventi ora siano tempestivi»
SASSARI. A parole sono tutti bravi. A volte è facile esserlo anche con i numeri, soprattutto quando si parla di 2,6 miliardi di euro davanti a un pubblico che potrebbe non afferrarne il significato, magari fermandosi a un concetto molto più semplice: una montagna di soldi. Effettivamente, i 2,6 miliardi di euro del Patto per la Sardegna sono una cifra enorme per chi non conosce la macroeconomia. Chi invece ne mastica tutti i giorni, e non ha alcun problema a rapportarsi con numeri di questo tipo, è anche in grado di entrare nel dettaglio della cifra senza restarne abbagliato e cogliendone appieno le potenzialità.
L’oristanese Mario Macis, professore associato di economia alla Johns Hopkins University di Baltimora, nel Maryland, e pupillo dell’economista Luigi Zingales, ha provato a dare un’interpretazione dei dati (pochi) disponibili all’indomani della firma del Patto con la Sardegna: un passo che dovrebbe permettere all’isola di scrollarsi di dosso i problemi che derivano dalla condizione insulare. E non solo.
«Gli investimenti destinati alle infrastrutture sono importanti perché si possono tradurre in maggiore produttività e competitività per le imprese locali e, quindi, per l’intera l’economia. Possono creare le condizioni per nuovi investimenti privati e nuove imprese, con effetti potenziali diretti e indiretti su crescita e occupazione», spiega il professore della Johns Hopkins valutando la vagonata di milioni destinati alle infrastrutture.
«Il Patto per la Sardegna contiene un piano ambizioso – continua Macis – e la ripartizione mi pare riflettere bene i principali deficit infrastrutturali della regione, emersi anche da analisi recenti. Mi riferisco alle insufficienze legate all’insularità, alle reti di trasporto interne come strade e ferrovie, alle reti di distribuzione di energia e acqua, alle infrastrutture legate al capitale umano, come scuole e ospedali. Questi gap si traducono in costi di produzione più alti che non possono fare altro che renderle meno competitive».
La quantità delle risorse, però, potrebbe non essere sufficiente a garantire il balzo che i sardi attendono, e che chiedono a gran voce, ormai da anni: «Naturalmente, oltre all’entità degli investimenti annunciati, affinché questi siano effettivamente produttivi sarà importante verificarne la qualità, l’efficienza e la tempestività nell’implementazione», commenta ancora Mario Macis.
Uno dei dubbi che accompagna i primi passi del Patto per la Sardegna è legato alle divisione delle quote: «La ripartizione mi sembra corretta, non vedo settori importanti che sono stati tagliati fuori – dice ancora l’economista prima di affrontare una delle zone d’ombra dell’accordo – in effetti devo aggiungere che non mi è chiaro esattamente quanti di questi fondi siano effettivamente aggiuntivi e quanti invece siano risorse, per esempio europee, che già erano destinate a quelle voci».
Un dubbio più che lecito che sta infiammando anche il dibattito politico, oltre ad alimentare le riflessioni degli economisti.
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