La Nuova Sardegna

Giallo storico: l’archeologo sfratta papa Ponziano dall’isola di Molara

di Dario Budroni
Il rudere del castello di Molara
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Il rudere del castello di Molara

Nel III secolo d. C. i romani lo mandarono in esilio in Gallura. Ora emergono dubbi sulla sede: più credibile La Maddalena

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OLBIA. La conoscono quasi tutti per il suo mare, per quegli specchi di acqua talmente chiari da conquistarsi sul campo il meritato nome di «piscine». Qui i gommoni e le barche ancorate in rada, soprattutto nei mesi di luglio e agosto, formano ingorghi che ricordano molto quelli delle auto ferme davanti al semaforo. Poi basta. L’isola di Molara non è conosciuta per altri motivi, almeno dal grande pubblico. È la sorella sfortunata dell’isola di Tavolara. Più bassa, silenziosa, perennemente deserta. Nessuno ci può mettere piede e quasi tutti ignorano la sua storia. Se la vicina Tavolara, che dista solo 5 chilometri, può vantare la tradizione dei re Bertoleoni, l’isola di Molara può invece vantare una tradizione sicuramente più pia: cioè quella di un papa. Precisamente papa Ponziano, che si dice sia stato obbligato dagli antichi romani ai lavori forzati proprio a Molara, per poi morire nel 235 dopo Cristo, stremato e malnutrito e dopo aver rassegnato le dimissioni per rendere possibile l’elezione di un nuovo papa. Si tratta di una tradizione avvalorata dalla presenza a Molara del rudere di una chiesa medievale, con convento annessso, intitolata proprio a San Ponziano. Una tradizione, comunque. Perché secondo gli studiosi la storia sarebbe andata diversamente.

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Giallo storico. Il massimo esperto della storia di Molara è Marco Agostino Amucano, stimato archeologo olbiese. «L’argomento è delicato, perché sulla tradizione di un esilio di papa Ponziano a Molara si è basata di recente anche l’intitolazione di una parrocchia olbiese – spiega Amucano –. Ma la scienza è scienza e per quanto io sia un cattolico convinto, il mio approccio mi obbliga a ragionare sulle fonti. Il primo punto fermo sull’incertezza è che appare un’impresa chimerica l’individuazione dell’isoletta di deportazione sulla base di quanto indicato dal Liber Pontificalis: in Sardinia, insula Bucina». Come Buxinariis, comunque, nel medioevo veniva indicata la zona dell’arcipelago maddalenino. «E considerato che la Maddalena e Caprera dimostrano la presenza di insediamenti e cimiteri di epoca romana, anche io come altri vedrei in questa zona l’esilio drammatico di Ponziano – continua Amucano –. Qualcuno potrebbe chiedersi perché su Molara esiste il rudere di una chiesa intitolata a San Ponziano. Credo che la tradizione si sia creata successivamente all’intitolazione della chiesa del piccolo monastero femminile duecentesco. Penso che le suore abbiano scelto il nome di Ponziano per evocare la scelta dell’esilio volontario, che le faceva sentire vicine alla condizione isolata e sofferta del papa». Ancora oggi sono visibili i resti della chiesa intitolata a Ponziano.

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L’isola dei pirati. Papa e chiesa a parte, sull’isola di Molara è presente anche il rudere di un castello, sulla sommità di Punta Casteddu. Si tratta di una fortificazione piccola, che comprende un’area di 540 metri quadrati, perimetrata da una cortina rettangolare con tre ambienti interni. «Per anni mi sono chiesto che senso avesse costruire un fortilizio in un’isola deserta, con la vista chiusa dalla mole di Tavolara – spiega Amucano –.La soluzione arrivò leggendo il Liber Pontificalis. Nell’849 Tavolara e Molara divennero la base di una flotta di pirati saraceni, che puntavano a saccheggiare Roma». La spedizione, però, fallì. «L’episodio fu il motivo della costruzione della postazione di vedetta di Molara da parte delle autorità locali – aggiunge Amucano –. Doveva preventivamente vigilare lo specchio d’acqua tra le due isole, una base navale strategica come poche al centro del Tirreno».

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Paradiso ambientale. Molara, che rientra nell’area marina protetta di Tavolara, è naturalmente anche un incontaminato paradiso ambientale. Oggi è disabitata e non ci si puà mettere piede, perché si tratta di un’isola privata, di proprietà della storica famiglia Tamponi. «È grande 350 ettari e si tratta di un’isola granitica, mentre la vicinissima Tavolara è calcarea – spiega Augusto Navone, direttore dell’amp di Tavolara –. Oggi è disabitata, ma un tempo non era così. Fino agli anni Sessanta era in funzione una azienda agricola con tanto di caseificio e del tutto autosufficiente. Si allevavano capre e bovini». Tutto ciò è ancora visibile. C’è per esempio una casa colonica e anche alcuni stazzi, tra cui uno sul mare».

Molara è importantissima per le attività dell’area marina protetta. «Dal punto di vista ambientale, il suo valore è davvero importante – spiega Navone –. Basti pensare che ci si trova addirittura dell’acqua sorgiva, con vicino un castagno enorme. Anche su Molara, così come a Tavolara, nidifica la Berta Minore. Per tanti anni ha nidificato a Molara pure il Gabbiano corso, mentre da qualche tempo preferisce Molarotto. E visto che l’isola è molto importante per queste rare specie, portiamo avanti le campagne di eradicazione dei ratti. L’ultima è stata nel 2008. Ora continuiamo a tenere la situazione sotto controllo tramite puntuali bonifiche».

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