Sfirs, la nomina di Sestu agita la maggioranza
Upc, Rossomori, Psi e Sinistra sarda contro la scelta dell’avvocato voluto da Sel La minaccia: «In questo modo non ci sono le condizioni per andare avanti»
CAGLIARI. Ormai non c’è nomina, piccola o grande, che non scateni un putiferio nel centrosinistra. Dopo il caos intorno all’Asl unica, ancora da risolvere nei particolari, è la presidenza della Sfirs ad aver provocato un altro incendio a bordo della coalizione governata da Francesco Pigliaru.
La storia. Assente il presidente, era a Roma per la vertenza Alcoa, sono stati il vice Raffaele Paci e altri dieci assessori a nominare l’avvocato Paolo Sestu a capo della finanziaria della Regione e gli altri due consiglieri d’amministrazione: Riccardo Barbieri e Giovanna Medde. Il nome di Sestu era trapelato ventiquattr’ore prima, ma subito dopo che c’è stata l’ufficialità, con un comunicato dell’ufficio stampa della Giunta, a gridare allo scandalo sono stati ben sette consiglieri di maggioranza.
L’attacco. Con toni duri, Pierfranco Zanchetta e Antonio Gaia dell’Upc, Raimondo Perra (Psi), Emilio Usula e Paolo Zedda (Rossomori), Fabrizio Anedda e Alessandro Unali (Sinistra sarda) hanno denunciato di essere stati traditi dal presidente. «Perché lunedì, nell’ultimo vertice, della Sfirs non si è certo parlato e anzi è stato proprio Pigliaru a prendere l’impegno che d’incarichi si sarebbe discusso, alla luce del sole, solo dalla settimana prossima». Invece, secondo questa requisitoria, c’è stato un blitz in Giunta. «Imposto da chi – è stata un’altra delle dichiarazioni al vetriolo – con Pigliaru ha trattato in privato, dietro chissà quali ricatti, fino a ottenere quello che voleva». Con un chiaro riferimento a buona parte di Sel, in particolare al senatore Luciano Uras, visto che Sestu è di sicuro una sua «quota».
La rivolta. A detta dei sette consiglieri il colpo di mano sarebbe stato deciso in gran segreto, senza nessuna «condivisione» e «senza neanche quella lealtà e reciproca fiducia» pretese da Pigliaru durante il vertice. «Noi ci abbiamo creduto e invece siamo stati fregati», hanno detto. Poi Emilio Usula (Rossomori) ha affondato i colpi e ricordato che «il nostro assessore (Elisabetta Falchi all’Agricoltura) alla votazione in Giunta non ha partecipato, perché certi trucchi sono inammissibili». Per ribadire subito dopo: «Noi tutti siamo stati sempre leali e sempre disponibili ma qualcuno ha travisato nel consideraci ancora una sorta di massa manovrabile che alza la mano e sta zitta». Con Pierfranco Zanchetta (Upc) che ha aggiunto: «Sbagliano a trattarci come peones che non devono sapere nulla».
L’ultimatum. Fabrizio Anedda (Sinistra sarda) è andato oltre: «Se l’ordine del giorno del prossimo vertice di maggioranza, che dovrebbe essere lunedì, non sarà scritto, noi non ci presenteremo. Non possono esserci giochi sottobanco» A rendere ancora più pesante il concetto è stato Raimondo Perra (Psi): «Non si possono dire parole di pace in sala, chiedo la vostra lealtà, questo ci ha chiesto Pigliaru, e poi l’indomani comportarsi in modo opposto. O si fa chiarezza, oppure queste riunioni sono inutili e alla fine servono solo ad aumentare il malcontento».
Mancanza di fiducia. È su questo aspetto che ha puntato molto Paolo Zedda dei Rossomori: «Siamo stati offesi da una Giunta che prima ha delegittimato Pigliaru quando ha scelto il manager dell’Asl unica e poi, con gli stessi metodi da complotto, ha nominato i vertici della Sfirs a nostra insaputa». Con Anedda che ha precisato: «Almeno l’altra volta il presidente ci aveva informato prima della delibera che poi, come ben sappiamo, è stata ritirata, Paci stavolta no». Alessandro Unali (Sinistra Sarda) ha rincarato la dose: «Se manca il rispetto reciproco, potrebbero non esserci più le condizioni per andare avanti».
Altolà. Dalla rivolta dei “piccoli” sono rimasti fuori Sel (ovvio il motivo), Centro Democratico e Partito dei sardi, che sostengono invece: «La comunicazione interna c’è stata ma pare che qualche passaggio, soprattutto gli ultimi, sia sfuggito a qualcuno». Interpretazione respinta senza appello dai sette: «Noi non siamo interessati agli incarichi – ha detto Zanchetta – ma a mantenere un leale rapporto con la maggioranza e il governo della Regione. Noi non abbiamo tradito, altri sì». Per concludere: «Non dovrà esserci nessun’altra nomina, compresa quella del direttore generale del’Asl unica, se prima il nome non sarà non dico concordato ma almeno condiviso in maggioranza». Altrimenti? «Saranno guai seri. Basta,non ci piace davvero più fare gli asini». Da oggi, come se non fossero già abbastanza quelli che ha, ci sono sette problemi in più per il presidente della Regione. (ua)
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