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Cessione di SharDna, i dubbi: violata la privacy?

L’inchiesta della Procura va avanti dopo le ammissioni del genetista Pirastu Si vuole accertare se i donatori sapevano che i campioni potevano essere venduti


17 settembre 2016 di Valeria Gianoglio


LANUSEI. Le ammissioni del genetista e padre del progetto Dna, Mario Pirastu – “I campioni di Dna? Li ho spostati io da Perdasdefogu, e quando l’ho fatto, del resto, erano nostri” – non fermano l’inchiesta per l’ipotesi di reato di furto aperta un mese fa dalla Procura di Lanusei. Dal suo ufficio nel palazzo di giustizia ogliastrino, il procuratore Biagio Mazzeo, lo conferma: «L’inchiesta va avanti perché ci sono tanti aspetti ancora da chiarire, a cominciare dal fatto che dobbiamo capire se lo “spostamento” delle provette sia stato legittimo oppure no. E poi è stata denunciata la scomparsa di 14mila provette ma in ospedale ne abbiamo sequestrate 25mila e 200». Questi aspetti, che in parte ha già chiarito anche attraverso alcune dichiarazioni sul giornale, il genetista Pirastu li spiegherà ai carabinieri della compagnia di Jerzu che lo sentiranno la prossima settimana come “persona informata sui fatti”. Il registro degli indagati, infatti, è sinora rimasto immacolato: non ci sono indagati, ma solo testimoni reali o potenziali. La discrepanza tra il numero delle provette scomparse che era stato denunciato lo scorso 10 agosto dall’unica impiegata ancora in forze al parco Genos – 14mila – e il numero di quelle che i carabinieri hanno trovato e sequestrato nei giorni scorsi a Cagliari – 25mila e 200 – secondo una ipotesi potrebbe spiegarsi con il fatto che ogni prelievo possa aver dato origine a diverse provette: in alcune c’è solo sangue, in altre, invece, ci sono siero o altre preziose componenti biologiche. Ma il trasferimento dei 14mila campioni di Dna del progetto che punta a svelare il segreto della longevità dei sardi non è l’unico versante dell’inchiesta giudiziaria che rimane ancora in piedi. Un aspetto sul quale proprio in queste ore stanno scavando i carabinieri della compagnia di Jerzu guidati dal capitano Giuseppe Merola è quello della ricerca dei moduli con i quali i 15mila sardi protagonisti del progetto hanno dato il loro consenso informato perché il loro Dna venisse destinato alla ricerca scientifica. La caccia a quei moduli nei giorni scorsi ha prodotto i primi frutti: i carabinieri guidati dal capitano Merola, infatti, ne hanno recuperato alcuni modelli in mezzo ai faldoni di carte che hanno sequestrato nella sede di Pula della società SharDna. Il controllo e il successivo sequestro di quei locali, del resto, era nato proprio con questo obiettivo: trovare i moduli del consenso informato. In queste ore sia i carabinieri sia la procura ogliastrina stanno controllando uno ad uno quei fogli perché vogliono accertare se e in che modo i sardi coinvolti nella ricerca siano stati informati nel dettaglio degli sviluppi del piano. Gli inquirenti vogliono rispondere a diverse domande: quei sardi avevano firmato l’assenso perché il loro Dna, in caso di vendita o di passaggio di consegne della società che gestiva il progetto, venisse ceduto a terzi? Oppure gli stessi sardi hanno firmato solo affinché il loro Dna restasse nelle mani della SharDna e del genetista Pirastu? «Quando ho spostato da Perdasdefogu i campioni – ha spiegato Mario Pirastu – quei campioni erano miei. Ci stavamo lavorando io e i miei collaboratori del Cnr». Tanti aspetti della vicenda, insomma, devono essere ancora chiariti. L’indagine non solo è ben lontana dall’essere conclusa ma più passano le ore più si intreccia a filo doppio con le questioni economiche e finanziarie che hanno accompagnato il progetto Dna e del parco genetico nell’ultimo periodo. E in particolare da quando, alla fine del luglio scorso, la società SharDna ormai fallita è stata acquistata all’asta per 258mila euro dall’azienda londinese Tiziana Life Sciences.

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