La Nuova Sardegna

Omicidi Monni e Masala, la Procura chiede il giudizio immediato: «C’è la prova»

di Nadia Cossu
Omicidi Monni e Masala, la Procura chiede il giudizio immediato: «C’è la prova»

«Prove schiaccianti» a carico di Paolo Enrico Pinna, il giovane di Nule in carcere dallo scorso maggio perché accusato del duplice delitto

4 MINUTI DI LETTURA





SASSARI. La “prova evidente”. Quella che la Procura della Repubblica dei minori di Sassari ritiene di avere in mano. Così “evidente” da giustificare la richiesta di procedere con giudizio immediato nei confronti di Paolo Enrico Pinna, il diciottenne di Nule in carcere dallo scorso maggio perché accusato del duplice omicidio dello studente 19enne di Orune Gianluca Monni – ucciso a fucilate la mattina dell’8 maggio 2015 – e del trentenne di Nule Stefano Masala di cui si sono perse le tracce il 7 maggio, il giorno prima del delitto Monni. Un giovane buono e sempre disponibile che secondo la Procura fu “usato” da Pinna (e dal cugino Alberto Cubeddu, in carcere con le stesse accuse) per portare a compimento l’omicidio dello studente di Orune e far ricadere su di lui le colpe.

Il giudizio immediato. Si tratta di un procedimento speciale previsto dal codice di procedura penale nel quale, di fatto, non viene celebrata l’udienza preliminare. Il pubblico ministero lo richiede qualora a carico dell’imputato ci siano prove evidenti. E il giudice, se ritiene che sussistano tutte le condizioni, emette quello che tecnicamente si chiama “decreto di giudizio immediato”. Nel caso specifico l’udienza è stata fissata per il prossimo 24 novembre.

Pinna figura dominante. «Le modalità esecutive dell’omicidio di Gianluca Monni evidenziano l’indole aggressiva dell’indagato (Paolo Pinna ndc) che, nonostante la giovanissima età, con ferma e feroce determinazione, ha esploso ben tre fucilate caricate con munizioni spezzate, continuando a sparare anche quando la vittima era già riversa a terra». Scriveva così il giudice Maria Stefania Palmas nell’ordinanza di custodia cautelare emessa il 26 maggio, descrivendo la personalità del giovane (allora ancora minorenne) «irosa e vendicativa».

La trappola mortale a Masala. La sera in cui Masala venne ucciso, quasi certamente il 7 maggio 2015, secondo l’accusa fu convinto da Paolo Pinna a uscire di casa: «Vieni con la macchina», gli avrebbe raccomandato. E l’illusione era quella di un giro per andare a incontrare una ragazza interessata ad avere una relazione sentimentale con lui. Non immaginava certo di andare incontro alla morte, quella sera. E invece, per la Procura, Masala fu sequestrato dall’amico e da suo cugino per essere rapinato dell’auto con cui il giorno successivo è stato compiuto l’omicidio dello studente di Orune. Poi sarebbe stato ucciso in modo che la responsabilità ricadesse su di lui.

La perizia sui messaggi. I contatti su whatsApp tra i due cugini dimostrerebbero che stavano pianificando l’omicidio. «Hanno bisogno urgente della moto – scriveva il gip riferendosi al ritardo dei lavori su una moto che Cubeddu stava facendo aggiustare – ed è ben chiaro negli ordini che Pinna impartisce al cugino: “Risolvilo!!! Fai come vuoi però fallo”». E lo stesso giorno Pinna riallaccia i rapporti con Stefano Masala. Ha bisogno di lui per raggiungere Orune in macchina. L’auto verrà poi incendiata e la moto gli servirà per rientrare a casa a Nule dopo l’omicidio.

La difesa. Gli avvocati difensori di Pinna, Agostinangelo Marras e Angelo Merlini, avranno un durissimo lavoro da fare. «Da un lato – è stato il commento a caldo di Marras – la richiesta fatta dalla Procura della Repubblica dei minori è legittima, dall’altro si concretizza una palese restrizione dell’esercizio del diritto alla difesa». E spiega perché: «Noi sappiamo che il fascicolo è enorme, una marea di carta, dischetti con intercettazioni telefoniche e ambientali. Tutto, inoltre, è stato trascritto senza la nostra partecipazione né un nostro controllo».

Il tempo è davvero limitato: «Solo domani (oggi per chi legge ndc) noi potremo chiedere copia integrale degli atti e dei cd e dvd e abbiamo quindici giorni di tempo per decidere se fare il rito ordinario o l’abbreviato». Evidenzia, Agostinangelo Marras che «sarebbe stato diverso se avessimo ricevuto l’avviso di conclusione indagini. In questo modo avremmo avuto la possibilità di esaminare gli atti, di andare all’udienza preliminare e in quella sede decidere cosa fare». E conclude: «Proprio perché si tratta di una vicenda così grave e delicata sarebbe stato opportuno che anche noi, a fronte di un’indagine coperta dal segreto e durata quasi un anno e mezzo, potessimo avere il tempo necessario per predisporre una adeguata e completa difesa».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

Primo Piano
Il provvedimento

Abusi edilizi e scarichi irregolari: chiuso il ristorante “Sapore di mare”, ex Chicca Piperita

di Argentino Tellini
Le nostre iniziative