L’ultimo appello del padre: cosa avete fatto a Stefano?
La famiglia del ragazzo di Nule ai due accusati: «Parlate prima del processo»
SASSARI. «Noi abbiamo diritto di sapere cosa hanno fatto a Stefano. E allora parlino. Stiamo già vivendo le pene dell’inferno, hanno distrutto la nostra vita, cos’altro vogliono ottenere?».
La notizia della svolta nelle indagini sui due delitti di Orune e Nule è arrivata ieri mattina anche a casa della famiglia di Stefano Masala.
Nei confronti di Paolo Enrico Pinna – il diciottenne accusato di duplice omicidio in concorso col cugino ventunenne Alberto Cubeddu – la Procura della Repubblica dei minori di Sassari ha chiesto e ottenuto dal gip che si proceda con il giudizio immediato il 24 novembre. Circostanza, questa, che ha un chiaro significato: la pubblica accusa ritiene di essere in possesso di prove importanti contro l’imputato detenuto nel carcere minorile di Quartucciu (considerato che all’epoca dei fatti contestati aveva 17 anni).
I Masala chiedono verità. La famiglia del trentenne scomparso si è affidata all’avvocato Caterina Zoroddu che sta seguendo il caso passo per passo con l’obiettivo, tra gli altri, di rimarcare quella che per Marco Masala e per i suoi figli è una assoluta priorità: riportare a casa il corpo di Stefano. «Siamo soddisfatti del lavoro che stanno facendo le Procure di Nuoro e di Sassari – dice il padre – Ma ci stiamo avvicinando alla data del processo e per questo sentiamo di dover fare un ultimo appello ai due accusati degli omicidi: “Diteci dove trovare Stefano”».
L’ultimo appello ai 2 arrestati. Se è vero che la giustizia farà il suo corso nelle aule del tribunale, non bisogna mai dimenticare che nella casa di via Sardegna, a Nule, c’è chi non ha alcuna intenzione di rassegnarsi. Non si daranno pace finché il proprio caro non avrà una sepoltura. «Ma in che mondo vivono? – è lo sfogo di Marco Masala che, certo della colpevolezza di Pinna e Cubeddu, si rivolge anche alle famiglie dei due arrestati – Come possono ancora assecondarli e difenderli? Ci hanno portato via Stefano e poi anche Carmela, cos’altro vogliono ottenere?». Sono parole forti che bisogna contestualizzare e saper comprendere. Arrivano da persone che stanno soffrendo da tanto, troppo tempo. «Non è nostra intenzione sostituirci ai magistrati, ma questi due giovani rischiano di passare il resto della vita in carcere, con un rimorso che non li abbandonerà mai. Vogliono davvero questo?». Se lo chiede Marco Masala, ma fino a oggi i suoi appelli sono rimasti inascoltati.
Prove “pesanti”. Eppure la decisione della Procura dei minori lascia spazio a poche interpretazioni: le prove a carico di Pinna ci sarebbero. Non è da escludere che il procuratore Elena Pitzorno e il sostituto Roberta Pischedda di recente siano venute in possesso di ulteriori elementi a carico del diciottenne. Prove che potrebbero averle convinte ancor più a chiedere il giudizio immediato. Tutti i reati vengono contestati a Paolo Pinna in concorso con il cugino Cubeddu. Tra le due posizioni c’è però una netta differenza, dovuta all’età dei due al momento in cui sono stati commessi l’omicidio dello studente di 19 anni Gianluca Monni e quello del trentenne Stefano Masala (che risalirebbe al giorno prima).
Le ipotetiche pene finali. Sono accusati degli stessi gravissimi reati e sono entrambi maggiorenni, ma ciò che conta è l’età che avevano il giorno del duplice omicidio. Cubeddu aveva vent’anni, mentre il cugino ne aveva 17 e di conseguenza resterà minorenne davanti ai suoi giudici. I reati di cui i due sono sospettati, con aggravanti da ergastolo, sono di competenza della corte d’assise. Ma per un imputato minorenne il processo segue una strada differente. Compare davanti a un collegio composto da due giudici togati e da due giudici onorari (un uomo e una donna) scelti tra antropologi, psicologi e pedagoghi. Ma è sulla pena, soprattutto, che i due processi penali si differenziano. Un minore beneficia infatti della diminuente per la minore età e il suo eventuale ergastolo è una condanna a vent’anni di reclusione. Al contrario, con le stesse accuse, il maggiorenne viene giudicato dalla corte d’assise e rischia il carcere a vita.
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