La Nuova Sardegna

La Cia lancia l’allarme: «Così l’agricoltura muore»

di Michela Cuccu
La Cia lancia l’allarme: «Così l’agricoltura muore»

Calo dei consumi, concorrenza e stretta creditizia penalizzano il settore Martedì 15 manifestazione a Roma per sollecitare azioni di rilancio

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ABBASANTA. «Il modello di sviluppo della Sardegna non può prescindere dall’agricoltura, ma è un settore che, anche per la sua bassa incidenza sul Pil regionale non può caricarsi il peso del rilancio dello sviluppo economico dell’isola. Serve una politica espansiva, non restrittiva». Martino Scanu, presidente regionale della Cia, ha aperto così i lavori degli stati generali della confederazione agricola. Un’assemblea partecipata, quella che si è svolta ieri mattina in una sala convegni del Centro servizi Losa che a malapena è riuscita a contenere gli imprenditori agrozootecnici arrivati da tutta l’isola. Un appuntamento importante, in preparazione della manifestazione nazionale che la Confederazione italiana agricoltori ha indetto a Roma per il 15 novembre. Per questo all’assemblea di ieri mattina c’erano anche i vertici nazionali della Confederazione: il presidente nazionale, Dino Scanavino e il responsabile del dipartimento alimentare, Giuseppe Cornacchia. La posta in gioco è altissima: ottenere dal Governo italiano, come ha sottolineato Scanavino, e ancor più dall’Unione europea una politica meno restrittiva per un settore, quello agro alimentare, che in Italia non ha unicamente una fortissima incidenza sul Pil, ma rappresenta, come nel caso delle zone interne e montane, l’ultima frontiera contro lo spopolamento.

La lettura dei dati sulla crisi economica degli ultimi anni, «sfociata, soprattutto per le regioni del Mezzogiorno, compresa la Sardegna, in recessione – ha detto Martino Scanu – ha ulteriormente ampliato il divario fra nord e sud del Paese. Basti pensare che il Pil pro capite del Mezzogiorno non raggiunge il 57 per cento del Centro Nord». Se però da un lato, l’economia sarda riesce a collocarsi in una posizione migliore rispetto alle altre regioni del Mezzogiorno, l’isola è una delle più povere dell’Ue: 206° su 276, con un reddito per abitante che raggiunge appena il 72 per cento di quello medio europeo, pari al reddito pro capite della Grecia. Una situazione non proprio idilliaca registrata anche per il comparto agricolo, che soffre del calo esponenziale dei prezzi dei prodotti, ma anche della contrazione dei consumi. Fra le categorie produttive ad aver subito pesantemente il calo dei prezzi, in testa ci sono gli allevatori ovicaprini, che oggi si vedono pagare un litro di latte fra i 50 e i 55 centesimi. Non meno in sofferenza i cerealicoltori, che, soprattutto in Sardegna, non riescono a far fronte alla concorrenza sproporzionata del mercato globale. La concorrenza dei mercati esteri incide fortemente anche per settori come quello della carne, del latte bovino (anche in questo settore si lamentano prezzi troppo bassi per i produttori) e dell’ortofrutta che in Sardegna registra un’importazione pari all’80 per cento dei consumi. «Per il rilancio serve una politica di filiera delle produzioni, ma anche l’ammasso dei prodotti in eccedenza, l’attivazione di piani di settore e garantire il credito alle aziende» sono state le richieste della Cia, accolta nel suo intervento, dall’assessore regionale all’Agricoltura, Elisabetta Falchi, che ha ricordato come fra le azioni che la Regione sta affrontando c’è appunto la costituzione delle organizzazioni interprofessionali (Oi), che consentiranno una gestione più trasparente dell’intero comparto. Non solo «Abbiamo formulato al governo la richiesta di estendere al comparto ovino lo stesso decreto del 2015 che obbliga gli acquirenti di latte bovino a comunicare, entro un mese, la quantità di latte conferito dai produttori».

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