Prodi: vorrei un’isola laboratorio
Lezione del Professore all’università di Cagliari sull’Europa e il mercato globale
CAGLIARI. Il predicatore Romano Prodi, «mi definisco così da quando sono in pensione e (ironizza) rottamato», è sempre sul pezzo. Parte dalla Sardegna, spazia per l’Italia, anche se tiene per sè come voterà al referendum, viaggia in «una fragile Europa», titolo della sua lezione introduttiva che inaugura l’anno accademico dell’università di Cagliari, e atterra nella realtà: il mondo globale «da cui non possiamo tornare indietro e noi dobbiamo accettare la sfida». La sua più che altro è stata l’analisi del presente, Sardegna compresa. «Basterebbe così poco – dice prima della cerimonia – per rafforzare l’immagine di questa terra straordinaria. Però dovrebbe impegnarsi a fare il salto dell’asta, ma è chiaro che prima ci vuole l’asta». Cioè? «La Sardegna deve inserirsi in un cammino di sviluppo, perché per il resto già di per sè è un’attrattiva. Certo, ha le sue grandi vocazioni come il turismo, ma non bastano. Ad esempio io la immagino come un laboratorio, al centro del Mediterraneo, per attività culturali, intellettuali, ricerca e innovazione. Sì, la Sardegna dovrebbe essere una calamita per i giovani europei». È un suggerimento suggestivo, «però non fatelo passare – aggiunge – per una ricetta. Non sono un medico e ho tanti altri pensieri per la testa» Sostiene di non aver pozioni magiche da proporre neanche per l’Italia. «Di sicuro dovrebbe crescere più in fretta. Purtroppo pur avendo meno colpe di altri, noi italiani siamo rimasti impigliati in una crisi che non abbiamo provocato. La responsabilità è tutta sulle spalle degli Stati Uniti, ma gli americani dal tunnel sono usciti grazie agli 800 miliardi messi sul tavolo da Barrack Obama, noi non abbiamo avuto la stessa fortuna e siamo rimasti in fondo al gruppo. Una colpa per la verità, l’abbiamo: le continue e troppe tensioni. Basta guardare quanto accade in questa campagna referendaria, per ribadire che purtroppo siamo sempre sopra le righe. Dispiace che questo voto, alla fine, abbia diviso così tanto». Se per l’Italia Romano Prodi è preoccupato, quando parla della sua creatura, l’Europa, è molto più preoccupato. «L’Unione degli Stati d’Europa – dice – era riuscita a fare grandi passi in avanti anche quando è cresciuta fino a mettere assieme 28 Paesi e invece è ritornata a essere vittima delle sue più antiche malattie: le divisioni e i nazionalismi. Certo, anche l’austerità imposta dalla Germania, che poi le si è ritorta contro, non ha aiutato. È mancata la solidarietà, abbiamo ripreso a frammentarci, non abbiamo avuto la forza di decisioni coraggiose e comuni nei momenti difficili. È stato proprio quest’insieme di fragilità ad aver favorito la rinascita, fino a poco tempo impensabile, di popolusti e antieuropei» Per chiudere questo capitolo così: «Oggi basterebbe rimettere in pratica alcuni delle idee su cui abbiamo fondato l’Europa, per riprendere lo storico e decisivo peso dell’Unione. Se non la facciamo, rischiamo di scomparire dalla mappa, come capitò all’Italia del Rinascimento dopo la scoperta del Nuovo Mondo, l’America». In sostanza, «non eravamo pronti a sostenere una sfida che era già dentro le nostre case». Ed ecco il passaggio di Prodi sul presente: «Il mondo globale esiste, non possiamo sottrarci al confronto con la Cina, è dappertutto e continua a crescere, o con l’America che cambierà molto con Trump: guarderà più dentro i propri confini, meno all’estero. Per tutto questo noi europei dobbiamo ritornare a essere uniti e propositivi, lavorare su progetti di grande respiro oltre che sul giorno per giorno. Dobbiamo riconquistare un ruolo in questo modo globale inarrestabile». (ua)
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