Pd, l’ultimo flop di un partito alla deriva
Sui dem il peso della sconfitta. Cocco: un segnale da analizzare. Ganau: un no contro il centralismo
CAGLIARI. Il Pd, anche in Sardegna, è uscito con le ossa rotte dal referendum. Qui sta persino peggio che altrove, perché alla vigilia, nelle quattro province, il partito s’era dichiarato al novanta per cento a favore del Sì e la minoranza per il No sarebbe dovuta essere intestata a pochi iscritti. Non è stato così: ai seggi grandi e piccoli elettori del Pd hanno fatto di testa loro e la compattezza dichiarata s’è rivelata posticcia. Una scelta finale che oggi sono in molti a dichiarare scontata. Mai Renzi è stato amato troppo dai sardi, che – va ricordato – gli hanno preferito Bersani prima, nel 2012, per poi promuoverlo con appena qualche voto in più un anno dopo sempre nella corsa per la segreteria nazionale del partito. Neanche gli ultimi patti di rinascita firmati con la Sardegna, insieme agli innegabili buoni rapporti con la giunta Pigliaru in questi ultimi due anni, sono serviti a far crescere la popolarità del premier nell’isola. In realtà la resa dei conti nel Pd è cominciata qualche mese dopo l’elezione di Renato Soru, era il 2014, alla segreteria regionale del partito e da allora non si è ancora conclusa. L’arrivo recente del garante inviato da Roma, Gianni Dal Moro, è stato solo un coperchio malmesso e che ora potrebbe saltare del tutto molto prima del congresso straordinario di febbraio. Oggi il Pd ha finito per isolarsi anche all’interno della sua stessa coalizione: è troppo autoreferenziale, è troppo diviso, colpa delle correnti, per esser riconosciuto ancora come il partito guida del centrosinistra al governo della Regione. A caldo, dopo la batosta di domenica, il presidente del Consiglio regionale, Gianfranco Ganau ha scritto: «In Sardegna ha influito molto la preoccupazione per una presunta limitazione dell’autonomia, anzi per una sua presunta cancellazione, ipotesi che nei fatti non è mai esistita, però credo che quest’aspetto abbia influito molto fra gli elettori». Per aggiungere: «Credo comunque che l’esito del voto non comporterà cambiamenti negli assetti attuali della maggioranza, se non nella necessità di un rafforzamento della squadra di governo regionale, intervento tra l’altro già programmato». Di rilancio immediato parla anche il capogruppo del Pd in Consiglio: «È vero – ha detto Pietro Cocco – che non si votava sull’operato della Giunta, ma sarebbe sbagliato non leggere in modo corretto il voto referendario. Dunque, la nostra riflessione dev’essere immediata e il rilancio dell’azione di governo dev’essere immediato, perché gli elettori hanno sempre ragione». Per il renziano Gavino Manca, instancabile sostenitore del Sì, «anche se in questo voto possono essere lette molte incongruenze, è evidente che oggi comincia una nuova fase. Abbiamo perso, ma l’idea di cambiare l’Italia deve restare un nostro obiettivo. Due sono le riflessioni. La prima: i patti firmati da Renzi con la Sardegna ci sono e vigileremo perché siano rispettati fino in fondo dal Governo che verrà. La seconda: serve un chiarimento politico immediato nella maggioranza di centrosinistra e sardista con cui governiamo la Regione». (ua)
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