La missione del prete in abiti civili una vita dedicata agli ultimi
CAGLIARI. Il credo di don Ettore sarà più religioso o più laico? La risposta appartiene solo alla sua di coscienza, però nel sentirlo parlare degli ultimi o degli altri che girano la faccia altrove...
CAGLIARI. Il credo di don Ettore sarà più religioso o più laico? La risposta appartiene solo alla sua di coscienza, però nel sentirlo parlare degli ultimi o degli altri che girano la faccia altrove per egoismo, non si possono avere dubbi. Lui da sempre è un portatore sano e coraggioso di una forza che dovrebbe essere terrena e invece sembra essere diventata sovrumana: la solidarietà. Come pochi, ancora è capace d’ indignarsi, prendere posizione, denunciare, non sfuggire alle responsabilità fino a caricarsi sulle spalle anche quanto non gli spetta. Se non ci fosse il rischio che se la prendesse troppo, lo farebbe, potrebbe essere descritto come un eroe dei nostri tempi per apoteosi terrena e non solo divina. Perché don Ettore è solo un prete normale e solo uno speciale uomo normale. Nella testardaggine: se ha un obiettivo, è difficile fargli cambiare idea. Ma sa essere anche umile nel predicare fra la gente valori imprescindibili ma oggi offuscati da mali neanche tanto oscuri: l’individualismo che fa a pezzi il bene comune, la smania di potere famelica nello spazzare via parole semplici ma fondamentali: aiuto, libertà, democrazia e partecipazione. Sarà merito del Vangelo, «è da una vita il mio libretto rosso», o perché mai s’è rifiutato di sporcarsi le mani, anzi ha affondato un braccio e pure l’altro, fra gli orrori della vita moderna? È un’altra domanda, ma qui la risposta è dovuta: entrambi i motivi. Negli anni settanta, scatenò il finimondo nella Chiesa per essersi schierato a favore del divorzio, più tardi fu sospeso a divinis per aver contestato i vescovi che vietavano ai credenti l’uso del preservativo. Oppositore in prima fila anche di fronte all’invito cardinalizio: «Fedeli, non andate a votare al referendum per la procreazione assistita». Mai in abito talare e neanche con il collettino bianco: da anni e anni, indossa solo gli abiti civili della civiltà. Nel 2014 il centrosinistra pensò per un attimo (forse uno dei migliori di quella coalizione) che poteva essere don Ettore il candidato per la presidenza della Regione. La sua risposta fu: «Ci sono tre motivi che mi frenano. Primo: sono un prete. Secondo: devo pensare alla mia comunità La Collina. Terzo: mi mancano le competenze per fare il governatore della Sardegna». Si mise comunque a disposizione, ma il centrosinistra abbandonò quasi subito quella che i soliti politici grigi e pesanti definirono allora “solo un pazza idea”. Anche se poi va riconosciuto a quei partiti d’aver scelto comunque bene, con la vittoria di Francesco Pigliaru. Nel 2015 un altro putiferio, con le sue dimissioni clamorose da cappellano del carcere minorile dopo ventitrè anni di splendido servizio. Lo fece con un atto d’accusa: «Lascio per non essere più complice di un sistema che non condivido». Nel 2016, ieri 28 dicembre, ha detto: «Sono deluso e amareggiato dalla politica, dal centrosinistra da cui io, noi e molti altri ci aspettavamo ben altro. Possibile che ci siano voluti nove mesi per scrivere un atto d’accredito? Possibile che gli amministratori scarichino le colpe sui burocrati e i burocrati sui politici? Non vorrei invece che questa dimenticanza sia frutto di un attacco personale nei miei confronti». Fino al dubbio: «Forse le mie posizioni politiche danno fastidio a qualcuno?». Sì, don Ettore: a sinistra, destra e anche al centro. Al centro del potere. (ua)
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