I robot che esploreranno Marte “istruiti” da due ingegneri sardi
Lavorano all’Ateneo di Sassari e grazie alle loro ricerche le macchine si muoveranno sul Pianeta rosso Dall’applicazione degli studi si potranno migliorare le prestazioni delle auto intelligenti sulla Terra
SASSARI. Non male per uno di Barisardo e una oristanese. 38 anni lui, 36 lei. Lui tipica faccia da smanettone, di quelli che se hai un problema col pc, tranquillo te lo risolve. Lei invece occhi grandi, sorridente, un ingegnere un po’ atipico, che fa sport, gioca a pallavolo e molto, molto chiacchierona. Di mestiere fanno due cose complicatissime: Francesca Palumbo è esperta in Sistemi digitali integrati a bassa dissipazione di potenza. Luca Pulina si occupa di Analisi e verifica formale di sistemi complessi. Che tradotto per zia Gavina significa: «Lavoro sui sistemi cyberfisici. Faccio in modo che un dispositivo riesca ad interagire di continuo con l’ambiente esterno. Le componenti hardware devono calcolare il modo migliore di adattarsi alle variabili della realtà in cui operano, e riconfigurarsi in base alle situazioni». E qui zia Gavina cade in depressione. Riproviamo: «Ok, insegno ad esempio a un robot ad essere autosufficiente – dice Francesca Palumbo – A gestire gli imprevisti di un ambiente ostile. A consumare meno batteria. A fare a meno di una persona che lo guidi con un telecomando. A portare avanti una missione anche se dovesse rompersi un bracetto, o se le radiazioni di un pianeta creassero interferenze. Così va meglio?».
Invece Luca Pulina da Barisardo si occupa di questo: «Io traduco in numeri e in algoritmi il lavoro degli altri, e controllo che tutto sia corretto». Ora la cosa singolare è questa: le scrivanie di questi due giovani ricercatori sono le postazioni comando di un progetto da 5 milioni di euro, e da quelle scrivanie prendono ordini dei mostri sacri della tecnologia come i tecnici Ibm, Thales o la Fiat di Torino, o università blasonate come il Politecnico di Madrid. Perché Palumbo e Pulina sono i coordinatori del progetto Cerbero, che ha tre anni di tempo per essere completato, o più precisamente 80 mesi-uomo (cioè 7 ore di lavoro per 5 giorni a settimana, per 4 settimane). E i risultati della ricerca saranno utilizzati nel 2020 in tre settori di applicazione: uno è l’esplorazione di Marte, l’altro il monitoraggio dei fondali marini artici, e infine le automobili intelligenti (smart cars).
Come ci siano finiti due ricercatori sassaresi a coordinare un team che rappresenta il gotha dell’intelligenza artificiale, non è un caso. «Semplice – spiega Francesca Palumbo – Cerbero l’ho creato io. È un progetto pensato e scritto qui nel dipartimento di Scienze Politiche, Scienze della Comunicazione e ingegneria dell’Informazione dell’Università di Sassari. Cento pagine fitte presentate in un bando della Comunità europea nel settembre del 2015. Su cento progetti l’Ue ne ha finanziati 4 e Cerbero si è classificato al primo posto nel versante tecnico. Per creare il team di lavoro ho attinto dai miei contatti con le università di Madrid o di Rennes in Francia, o quella di Lugano, o i centri di ricerca olandesi Tno, dopodiché siamo riusciti a coinvolgere partner importanti come il gruppo Ambiensense che opera nella telefonia mobile nel Regno Unito, l’Ibm di Tel Aviv e la Fiat. Ma anche realtà locali come Abinsula che si occupa di start up innovative, e l’Università di Cagliari».
Da questo momento, dunque, scatta il conto alla rovescia, e comincia il tour de force degli 80 mesi-uomo per insegnare al robottino che finirà su Marte a cavarsela da solo. «Stiamo parlando di un ambiente ostile, che noi non conosciamo. Radiazioni, temperatura, superficie piena di ostacoli. Non abbiamo idea di cosa realmente incontrerà nel suo cammino il robottino. La sua missione sarà quella di prelevare campioni di terreno a 2 metri di profondità e analizzarne le proprietà chimiche, a qualunque costo. Se un componente elettronico dovesse deteriorarsi per il troppo caldo, il robot dovrà essere capace di andare avanti. Se le prestazioni delle batterie calano, dovrà capire come risparmiare energie ed evitare gli sprechi». E siccome per questi prototipi viaggi di piacere non sono previsti, la seconda meta saranno gli abissi ghiacciati dei poli. «Dobbiamo programmare la flotta di droni marini a reagire in maniera intelligente agli imprevisti: tipo una tempesta, una corrente che faccia deviare la rotta, l’attacco di un pesce. In condizioni di temperature così estreme, o a profondità proibitive dove la presenza umana è impossibile, i droni dovranno muoversi autonomamente, e continuare il monitoraggio dei fondali e la trasmissione dei dati».
Infine c’è lo scenario che sembrerebbe meno cyber e più familiare, ma in verità è forse il più complesso. L’habitat è quello di zia Gavina, una zia Gavina un tantino dinamica, auto munita e con una agenda ricca di impegni. La sfida del prototipo di smart car addestrata col Progetto Cerbero, sarà proprio quella di calarsi nella routine di zia Gavina 2,0, assecondare tutti i suoi impegni in agenda, l’appuntamento di lavoro, la capatina al market per la spesa, la tappa a scuola per ritirare il bimbo, l’imprevisto col secondo blitz al market perché nella dispensa manca il latte: tutto questo calcolando i consumi di energia, i percorsi più brevi, e, naturalmente senza mai lasciare zia Gavina a piedi.
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