Gamay esportato dai pastori sardi
Due cugini umbri hanno ricostruito le origini antichissime del loro vitigno
ALGHERO. A vederlo, quel vitigno coltivato ad alberello, alla francese, richiamava il gamay beaujolais, che era l’unico vitigno francese conosciuto all’epoca da quelle parti. Così per anni nell’Umbria occidentale hanno coltivato un grenaches senza saperlo. Gamay del Trasimeno, lo chiamavano in quel territorio in cui hanno iniziato a coltivarlo a inizio 1600. Un’area che coincide attualmente con il territorio degli otto Comuni umbri al confine con la Toscana, ma che «all’epoca coincideva con il marchesato indipendente dei Della Corgna», come raccontano i cugini Simone Sacco e Nicola Chiuchiurlotto dell’azienda vitivinicola Madrevite. La teoria, basata su alcune tracce documentali, ha un suo fondamento storico. Durante la dominazione spagnola dell’Italia centrale, la duchessa Eleonora de Mendoza sposò Fulvio Alessandro Della Corgna e tra i tanti prodotti alimentari e agricoli spagnoli importò anche la vite. A rilanciarne la produzione, tuttavia, nella seconda metà dell’Ottocento, furono «i pastori sardi, che giungevano da occidente e attraverso la maremma toscana e la Val d’Orcia si stabilirono qui, sul lago Trasimeno», rievocano ancora i due vignaiuoli. È così che il cannonau è arrivato sino a lì, ma nessuno si è mai accorto della sua presenza sino alla fine degli anni Novanta. Quando le indagini scientifiche condotte dall’Università, comprese le ricerche sul dna, hanno permesso di riconoscere che il gamay del Trasimeno è in realtà un grenaches. «Oggi siamo cresciuti, noi partecipiamo a Grenaches du monde già da alcuni anni – dicono Sacco e Chiucchiurlotto– ma quest’anno siamo cinque aziende del territorio». Sono tornate in Sardegna, Da dove probabilmente il loro gamay era partito un secolo e mezzo fa. (g.m.s.)
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