Pigliaru: «Ora più forti arriveremo fino alla fine»
Il governatore in Consiglio dopo oltre un mese tra ricovero e convalescenza «Sto meglio, adesso serve una maggioranza compatta. Priorità? L’agricoltura»
CAGLIARI. La sala stampa del Consiglio regionale è ogni giorno un’arena. Chi entra e chiede udienza spesso rischia grosso, ma non stavolta e non certo se l’approccio è questo: «Sono qui solo per una visita di cortesia». Bentornato,presidente. A farsi avanti, con passo deciso, è Francesco Pigliaru. L’esordio di chi rientra, dopo un mese abbandonante fra malattia e ricovero in ospedale, è di quelli che spiazza i presenti: «Mi raccomando niente baci sulla guancia, i medici me li hanno vietati». Il governatore sta molto meglio: lo davano dimagrito di diversi chili, pallido e con la voce roca per colpa di un sindrome autoimmune che l’ha fatto dannare. Dimagrito lo è anche se molto meno di quello che raccontavano nei corridoi, insieme ad altre mille altre possibili disgrazie, ora tutte smentite. Anche il tono di voce è baldanzoso, alternato a molti sorrisi. Niente baci, allora solo strette di mano e gli intrecci danno vita, sostanza a un’improvvisata e allegra catena umana. Che è l’anticipo di un’intervista volante ma inevitabile, nel secondo passaggio pubblico di Pigliaru. Dopo aver presieduto venerdì scorso la giunta, è in Consiglio per la riunione dei capigruppo, un’altra possibile fossa dei leoni.
Bentrovato, presidente.
«Grazie. Intanto so che me lo chiederete subito: sto meglio, molto meglio. Sono in pieno recupero. Ci vorrà ancora del tempo, ma spero di essere presto al cento per cento».
Non sfugga alla prima domanda pesante: in queste settimane, ha pensato mai di dimettersi?
«No. C’è stato un momento in cui ho pensato invece: spero che la salute mi permetta di non mollare, perché andar via sarebbe stato un gran peccato».
Da oggi in poi sarà solo avanti tutta?
«Ho la determinazione di arrivare alla fine della legislatura, per dimostrare che le nostre riforme porteranno i risultati sperati. Ci aspettano due anni importanti e decisivi».
È un velo di commozione, mascherato a malapena, a far intuire che la strada del ripresa personale e non solo potrebbe essere in discesa.
Quando non c’era, la maggioranza ha vacillato poco o molto?
«Non guardo al passato. Sono convinto che la Sardegna abbia bisogno di una maggioranza più compatta, più pronta a sostenere le riforme rispetto a quanto è accaduto di recente».
Scelga una parola per dare e darsi la carica.
«Inclusione: dobbiamo essere compatti sui contenuti. Abbiamo approvato delle riforme, penso alla sanità e agli enti locali, che nessuno finora aveva osato fare. In questi due anni che mancano alla fine della legislatura, dobbiamo raccogliere i frutti e consegnarli ai sardi».
Dovunque la politica è in grande fermento.
«Alcune cose o forse molte stanno cambiando soprattutto a Roma. Avranno riflessi anche qui da noi: seguiremo tutto con molta attenzione».
Una priorità.
«L’agricoltura, non c’è dubbio. È sempre nella mia testa ed è una delle leve fondamentali per far ripartire lo sviluppo».
Ma l’assessore non c’è.
«Ci sarà presto, ma devo dire che in queste settimane il vicepresidente Raffaele Paci e gli uffici hanno lavorato molto bene».
Il rimpasto è pronto?
«L’arrivo non è lontano».
Con il governo è cominciato un altro braccio di ferro?
«Nel 2014, abbiamo firmato un patto che non prevedeva altri accantonamenti pesanti a carico della Sardegna. Sono arrivati lo stesso ed è su questo aspetto specifico che abbiamo aperto un confronto netto e forte. Naturalmente siamo consapevoli anche delle difficoltà enormi in cui si trova l’Italia in questo momento».
La Sardegna sta di sicuro peggio.
«Le entrate purtroppo non sono aumentate per effetto della grave crisi economica. Sono però fiducioso, il governo ascolterà le nostre giuste richieste, e sono anche ottimista. Perché, seppure con fatica, la Sardegna uscirà dalle sabbie mobili». (ua)
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