La Nuova Sardegna

Maria: «Combatto per non perdere il posto di lavoro»

di Serena Lullia
Maria: «Combatto per non perdere il posto di lavoro»

Impiegata da 20 anni a Olbia in una lavanderia industriale Ora rischia di essere licenziata come altre 139 operaie

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OLBIA. Un otto marzo da combattente per il diritto al lavoro. Maria Saba, 56 anni, è dipendente della lavanderia Clea da 20 anni. Nel mese di gennaio l’azienda del gruppo Iervolino ha avviato la procedura di licenziamento per 139 lavoratori, ridotti ora a 66. Maria oggi ha un contratto part-time da 30 ore alla settimana, uno stipendio da 900 euro, una figlia che sogna di andare all'università. Il ridimensionamento della Clea potrebbe spazzare via la certezza del salario 12 mesi all'anno. Non uno stipendio d'oro ma sicuro. Per lei il licenziamento è molto più che una ipotesi. Verrà reintegrata in azienda con un contratto stagionale di sei mesi. Per gli altri sei spera negli ammortizzatori sociali. «Non ho mai festeggiato l’8 marzo andando nei locali – spiega Maria –, forse perché consapevole di quello che questa giornata rappresenta, una giornata in cui si parla di diritti, acquisiti e ancora da conquistare. E in questo 8 marzo io lotto per il diritto al lavoro. Dopo anni di fatica per conquistare il part-time e con esso l'articolo 18, sono amareggiata. Non è una questione di soldi, ma di diritti e garanzie che vengono meno». Lavorare in una lavanderia industriale non è una passeggiata. Dalle 10 alle 16, sempre in piedi, nella stessa posizione, d’estate con temperature da inferno. Alcuni macchinari hanno olii da 180gradi. Ma il sacrificio è un po’ una costante dei 56 anni di Maria, guerriera della vita sin da piccola. «Subito dopo il parto mia madre rimase paralizzata alle braccia e alle gambe – racconta Maria –. Sono stata cresciuta dai miei zii che ho sempre chiamato papà e mamma. A 12 anni sono diventata responsabile dell’assistenza di mia madre. Ogni mattina sistemavo prima lei e poi andavo a scuola. Non ho potuto studiare oltre la terza media. Ecco perché ci tengo che mia figlia, che oggi frequenta il liceo scientifico, possa andare all’università. Mi dispiacerebbe non potere sostenere i suoi studi».

La vita di Maria, come quella di altre 60 lavoratrici, è in bilico. Traumatico il passaggio da un contratto a tempo indeterminato a uno di sei mesi. Certezze che si sgretolano. Una vita da reinventare. «A 24 anni, con il mio compagno siamo andati a vivere in Lombardia, poi siamo ritornati in Sardegna e abbiamo scelto Olbia come luogo in cui vivere, io sono di Oristano e lui di Cagliari – coclude Maria –. Venni assunta con un part-time di alcuni mesi, poi sei, otto, dieci. Non avevo diritto alla disoccupazione, ma ciò che era importante era essere richiamata e lavorare. Sono stata stabilizzata nel 2007 insieme ad altre venti colleghe e l’azienda ci ha sempre garantito lo stipendio, le ferie. Certo che con 900 euro al mese non si fa la vita da ricchi ma era una certezza su cui la mia famiglia poteva contare. Ora non so bene quale sarà il mio futuro. Oggi posso dire che essere donna e madre non è facile. La società non ci aiuta abbastanza e molti dei nostri diritti sono solo sulla carta».

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