La Nuova Sardegna

Accantonamenti, posizioni distanti

Accantonamenti, posizioni distanti

Nel primo faccia a faccia tra la Regione e lo Stato non si trova un accordo

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CAGLIARI. I cordoni della borsa sono rimasti com’erano, stretti, ma almeno il governo ha cominciato ad ascoltare quello che la Sardegna chiede o presto potrebbe pretendere: un bel po’ di milioni indietro. Se non proprio tutti i 781,7 scomparsi quest’anno, una buona parte semmai anche in comode rate. A Palazzo Chigi il primo faccia a faccia sulla vertenza accantonamenti (sono i soldi che lo Stato tiene per sè nonostante spettino ai sardi) è durato due ore. Con il vicepresidente Raffaele Paci che dall’altra parte del tavolo non ha trovato solo il sottosegretario Maria Elena Boschi, annunciata, ma anche un ministro, Enrico Costa con la delega per gli affari regionali, il capo di gabinetto del ministero dell’economia e diversi dirigenti della Ragioneria generale dello Stato. Uno squadrone contro un uomo solo e questa potrebbe essere un’interpretazione, ma fra non molto – se la giunta avrà la forza di sollevare le piazze – potrebbe essere invece un’intera regione a bussare a quel portone romano. Com’è andata? Il confronto c’è stato, a tratti anche aspro, ma il governo ha preso tempo. Le posizioni – come ha ammesso Paci – sono molto distanti, però il dialogo è cominciato. Seppure dopo aver commesso qualche errore di troppo all’inizio della legislatura nei rapporti con lo Stato, stavolta l’assessore aveva la santabarbara piena. Prima di tutto ha messo sul tavolo quel dossier in cui c’è scritto che di fatto dal 2012 a oggi i sardi sono stati costretti a rinunciare a 3,3 miliardi ed è stato quello il loro contributo per risanare almeno qualcosa dell’enorme debito pubblico nazionale. Sono stati troppi i miliardi e poi una rinuncia che doveva essere a tempo è diventata a vita o quasi. Secondo: con tutti questi prelievi forzosi, da anni la Sardegna incassa dallo Stato non più i sette decimi delle tasse pagate dai sardi, com’è previsto dallo Statuto, ma solo i cinque decimi. «Siccome le regole non sono cambiate – ha detto Paci – questo atto unilaterale non può essere più sopportato». Terzo: da qualche mese c’è una sentenza della Corte costituzionale che dice: «Le Regioni a Statuto speciale se si pagano la sanità – è il caso della Sardegna – non possono essere vessate in altro modo». Finora il verdetto favorevole è stato strappato solo dalla Valle D’Aosta, tempo fa a un ricorso simile la Regione ha rinunciato, ma oggi di sicuro farà giurisprudenza e andrà sfruttato al meglio. Sono queste le prove che la Regione ha rovesciato sul tavolo di Palazzo Chigi. La risposta del governo è stata di chi ha il braccino corto, «la situazione economica è complicata», parole della Boschi, ma anche con un retroscena di paura: dire sì alla Sardegna potrebbe avere un effetto a cascata sulle altre Regioni speciali ed è proprio quello che a Roma non vogliono. In ogni caso, la robusta delegazione governativa ha fatto sapere che a breve presenterà una sua di proposta. Sin da ora è difficile pensare che possa essere generosa ed è per questo che la giunta dovrebbe cominciare subito studiare le possibili contromosse d’attacco. In cui però le opposizioni – da Forza Italia ai Riformatori –non credono: «Basta bufale, finte trattative sempre fallimentari, la giunta regionale deve dimettersi per manifesta incapacità». (ua)

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