Giulini tre ore dal pm: «Io solo imprenditore»
di Mauro Lissia
Sentito come persona informata sui fatti il presidente del Cagliari calcio Ha risposto alle domande e spiegato che le scelte aziendali erano delegate
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CAGLIARI. Tre ore davanti al pubblico ministero per chiarire la propria posizione all’interno della Fluorsid: «Sì, sono il proprietario dell’azienda ma faccio l’imprenditore e le scelte tecniche, quelle che riguardano la produzione, sono delegate ad altre persone». Chiamato dalla Procura nelle vesti di persona informata sui fatti, il patron del Cagliari calcio Tommaso Giulini non può contare sullo scatto bruciante di Farias e forse per questo non è riuscito a dribblare i cronisti che l’hanno atteso con pazienza al terzo piano del palazzo di giustizia. Rastelli rimane. Di fronte ai taccuini se l’è cavata con una battuta simpatica («non mi è stato chiesto di Rastelli, quindi sono tranquillo») mentre alla sequenza ininterrotta di domande che il pm Marco Cocco e il commissario Fabrizio Madeddu gli hanno posto nel corso della mattinata ha risposto con la serietà che l’inchiesta giudiziaria sul disastro ambientale di Macchiareddu richiede. Organizzata in un sabato che fa da ponte tra due feste, l’audizione di Giulini doveva restare riservata. Troppo alto però l’interesse giornalistico per la vicenda Fluorsid perché il tentativo riuscisse: già di primo mattimo i fotografi erano in piazza Repubblica pronti a immortalarlo davanti e dentro il palazzo. Il contenuto del lungo faccia a faccia è scritto nel verbale d’esame e nella memoria di chi l’ha sentito, difficile scalfire il segreto di un’attività istruttoria programmata e negata ancora l’altro giorno.
Il ruolo. Filtrano soltanto alcuni elementi che riguardano il ruolo di Giulini nella Fluorsid, un ruolo che sul piano formale risulta già nei documenti aziendali: tutte le decisioni sono delegate, comprese le scelte tecniche su come e dove smaltire i rifiuti industriali prodotti nello stabilimento. I costi di quest’attività finita al centro del procedimento penale risultano in chiaro nei bilanci, è l’Ineco di Armando Bollani che si fa carico dei veleni e che li dovrebbe portare fuori dall’area di Macchiareddu, fino a destinazioni controllate e autorizzate. La Procura e il Corpo Forestale dicono che questo non è avvenuto, esiste la certezza investigativa sulla sparizione illegale dei rifiuti, interrati in discariche irregolari, sversati nella laguna di Santa Gilla, nascosti in ogni modo possibile pur di risparmiare sulla voce smaltimento, una voce di costo molto impegnativa, quasi uno spauracchio per aziende ad alto rischio d’inquinamento come la Fluorsid.
La strategia. Ma su questi aspetti la posizione di Giulini e la sua strategia rispetto ai rischi dell’inchiesta penale resta quella delle prime ore: l’azienda si è mossa dentro il perimetro della legalità, chi ha deciso l’ha fatto secondo le regole. Comunque ad affidare ciecamente e senza verifiche il delicatissimo compito di smaltire non è stato Giulini, padrone dell’azienda ma - se qualcuno ha davvero derogato alle norme ambientali - inquinatore inconsapevole e incolpevole. Nel diritto penale non esiste la responsabilità oggettiva, paga chi commette il reato. Quindi Giulini, allo stato dell’inchiesta, non è che un testimone e come tale è stato esaminato. Con un banalissimo ricorso alla metafora calcistica, se il Cagliari prende cinque gol la colpa è dei giocatori e dell’allenatore, non del presidente.
Gli interrogativi. Fra i molteplici interrogativi che ancora circondano la vicenda Fluorsid una cosa è certa: i sette arresti, le quattro discariche sequestrate, l’enorme mole di lavoro compiuta fin qui dagli uomini del nucleo investigativo del Corpo Forestale non sono che la fase uno di un’inchiesta ancora apertissima e la Procura non lascerà nulla di intentato per ricostruire la filiera delle responsabilità, fino a quelle originarie. Il sospetto, ancorato a elementi d’indagine, è che il disastro di Macchiareddu ha radici profonde e risale a tempi ben più lontani dei due anni – 2015-2016 – in cui la Forestale ha indagato a fondo.
Il ruolo. Filtrano soltanto alcuni elementi che riguardano il ruolo di Giulini nella Fluorsid, un ruolo che sul piano formale risulta già nei documenti aziendali: tutte le decisioni sono delegate, comprese le scelte tecniche su come e dove smaltire i rifiuti industriali prodotti nello stabilimento. I costi di quest’attività finita al centro del procedimento penale risultano in chiaro nei bilanci, è l’Ineco di Armando Bollani che si fa carico dei veleni e che li dovrebbe portare fuori dall’area di Macchiareddu, fino a destinazioni controllate e autorizzate. La Procura e il Corpo Forestale dicono che questo non è avvenuto, esiste la certezza investigativa sulla sparizione illegale dei rifiuti, interrati in discariche irregolari, sversati nella laguna di Santa Gilla, nascosti in ogni modo possibile pur di risparmiare sulla voce smaltimento, una voce di costo molto impegnativa, quasi uno spauracchio per aziende ad alto rischio d’inquinamento come la Fluorsid.
La strategia. Ma su questi aspetti la posizione di Giulini e la sua strategia rispetto ai rischi dell’inchiesta penale resta quella delle prime ore: l’azienda si è mossa dentro il perimetro della legalità, chi ha deciso l’ha fatto secondo le regole. Comunque ad affidare ciecamente e senza verifiche il delicatissimo compito di smaltire non è stato Giulini, padrone dell’azienda ma - se qualcuno ha davvero derogato alle norme ambientali - inquinatore inconsapevole e incolpevole. Nel diritto penale non esiste la responsabilità oggettiva, paga chi commette il reato. Quindi Giulini, allo stato dell’inchiesta, non è che un testimone e come tale è stato esaminato. Con un banalissimo ricorso alla metafora calcistica, se il Cagliari prende cinque gol la colpa è dei giocatori e dell’allenatore, non del presidente.
Gli interrogativi. Fra i molteplici interrogativi che ancora circondano la vicenda Fluorsid una cosa è certa: i sette arresti, le quattro discariche sequestrate, l’enorme mole di lavoro compiuta fin qui dagli uomini del nucleo investigativo del Corpo Forestale non sono che la fase uno di un’inchiesta ancora apertissima e la Procura non lascerà nulla di intentato per ricostruire la filiera delle responsabilità, fino a quelle originarie. Il sospetto, ancorato a elementi d’indagine, è che il disastro di Macchiareddu ha radici profonde e risale a tempi ben più lontani dei due anni – 2015-2016 – in cui la Forestale ha indagato a fondo.
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