Rischio idrogeologico, l’attacco di Grassi: «A Olbia ritardi per colpa di Nizzi»
Il direttore dell'unità di missione Italia Sicura: "Contro frane e alluvioni nell'isola serve un miliardo e mezzo"
CAGLIARI. Prima il caso Olbia, con un attacco diretto al sindaco Settimo Nizzi, «quando c’è di mezzo l’incolumità pubblica, fare marcia indietro all’ultimo secondo non è ammesso», poi uno sguardo attento sul resto della Sardegna: «I soldi ci sono e vanno spesi». A parlare è il direttore d’«Italiasicura», l’unità di missione voluta nel 2014 da Palazzo Chigi, per ridurre il rischio idrogeologico e non solo dalle Alpi alle isole.
La polemica. A Cagliari per monitorare gli interventi fatti e quelli da fare, il direttore Mauro Grassi non ha avuto dubbi nel dire: «L'intervento su Olbia è fermo perché il sindaco in carica non era d’accordo su una progettazione che invece avevamo accettato tempo prima e all’indomani del via libera dato dall'Autorità di bacino e dalla Regione, e questo era per noi sufficiente».
Poi – stando alla ricostruzione del direttore – c’è stata un’interferenza non dovuta: «La presa di posizione del Comune – ha proseguito – è arrivata infatti alla fine di un percorso avviato e che prevedeva progettazione, realizzazione e finanziamento. Però il sindaco, all’improvviso, è voluto tornare indietro come nel gioco dell'oca e tutto s’è fermato. Noi siamo intervenuti subito, abbiamo ristabilito le regole e confermato che il presidente della Regione, in qualità di commissario straordinario nominato dal governo, lo ribadisco, aveva e ha tutti i poteri per andare avanti».
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Per chiudere la polemica, con questa frase: «I sindaci – sono state le parole di Grassi – non hanno competenze su progetti che sono d’interesse generale, perché ad esempio un fiume non scorre solo nel loro territorio». Sono gli ultimi strascichi della polemica sul Piano Mancini, che mesi fa ha contrapposto il Comune all’assessorato regionale ai lavori pubblici, con un ricorso al Tar presentato dal sindaco Nizzi e poi respinto dai giudici amministrativi.
A Olbia per Grassi non c’è altro tempo da perdere: «Il Piano deve andare avanti, 20 milioni sui 100 previsti sono a disposizione da diversi mesi. I lavori devono riprendere e bisogna fare anche in fretta».
La sicurezza. Bisogna fare in fretta anche negli altri cantieri aperti o da aprire in Sardegna: dal Cedrino a Cagliari e in tutti i Comuni dove il rischio idrogeologico e le frane sono un incubo se non da cancellare come minimo da «saper gestire». Nel piano nazionale, coordinato da «Italiasicura», per la Sardegna sono a disposizione 350 milioni in sette anni sui 9,9 miliardi che dal 2015 al 2023 le Regioni hanno cominciato e dovranno spendere. «Mitigare i rischi – ha detto Grassi – è una priorità. Fino a qualche anno fa l’Italia spendeva poco e male per la sicurezza del territorio. Ora i lavori devono essere programmati in tempi rapidi». La Regione ha una sua legge, che rende obbligatoria la progettazione insieme di ingegneri e geologi, a sua volta il governo ha varato le linee guida nazionali su «come mitigare il dissesto del territorio» che entro metà luglio dovranno essere recepite dalla giunta.
Gli interventi. Al di là dei passaggi la procedura dovrà essere veloce per i 59 progetti contro le alluvioni, altri 18 destinati a far fronte alle frane e altri 9 caricati sui rischi generici. Secondo l’ultimo censimento di «Italiasicura» dal 2015 in poi gli interventi, sono i singoli cantieri all’interno di ciascun progetto, sono stati questi: 31 quelli conclusi per 34,57 milioni, 37 attivati (39,6 milioni) e 54 da avviare (55,6 milioni).
Per mettere la Sardegna al sicuro servirebbe un finanziamento complessivo di quasi un miliardo e mezzo: è questo il fabbisogno. Tutti questi soldi è ovvio non ci sono, ma «è indispensabile comunque partire con i 350 milioni stanziati e portare avanti gli interventi più importanti a Olbia, Cagliari-Pirri, Posada e sul Cedrino», ha ribadito il direttore dell’unità di missione. Con gli ingegneri, a cominciare da Gaetano Nastasi, presidente dell’Ordine di Cagliari, che hanno confermato: «Nelle aree a rischio la progettazione non può essere a compartimenti stagni. L’approccio dev’essere diverso, con il coinvolgendo diverse professionalità e anche una sovrapposizione di competenze e responsabilità sempre nell’interesse della pubblica incolumità». (ua)
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