Una ricetta per l’industria: «Energia a basso costo»
di Claudio Zoccheddu
Il segretario regionale della Cisl scommette sul rilancio grazie alla dorsale del gas «Serve un nuovo piano dei trasporti e un moto popolare che svegli le coscienze»
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SASSARI. Redditi bassi, disoccupazione giovanile alle stelle, settori produttivi in crisi e un futuro che sembra non sorridere a un’isola che arranca sotto i colpi della crisi economica. La ricerca di una ricetta che possa permettere un’inversione di tendenza e, quindi, uno sguardo più sereno rivolto agli anni a venire, prosegue. Ignazio Ganga, segretario regionale della Cisl, ha trattato i temi economici dell’isola nel recente congresso del sindacato che ha convocato a Pula più di mille delegati provenienti da tutta Italia e ha fornito il suo punto di vista sulle prospettive di sviluppo di uno dei settori che hanno sofferto maggiormente la grande recessione.
Quale potrebbe essere il futuro dell’industria sarda?
«Non possiamo non rimettere in campo l’idea di una nuova rivoluzione industriale che però deve essere riveduta e corretta. Il ragionamento giusto potrebbe essere quello legato al Patto per la Sardegna, purché non si perda tempo a litigare sulla sua paternità. Non è il miglior strumento possibile, tratta temi molto simili all’intesa di programma del 1999 ma apre un ragionamento su un’infrastruttura che potrebbe segnare la svolta per la nostra isola: la dorsale sarda del metano. Credo che sia davvero complicato pensarla in maniera differente».
Il metano, dunque, è la risposta tanto attesa?
«È una delle risposte possibili, la più importante tra quelle ci sono state presentate in questi anni. Permetterebbe di offrire energia a basso costo alle attività industriali e sarebbe un attrattore fondamentale per far ripartire i nostri stabilimenti che, proprio sfruttando il metano, farebbero meno fatica a essere riconvertiti secondo le specifiche dell’industria 4.0».
Cosa potrebbe servire per completare il progetto di rilancio?
«L’industria sarda vale il 7,9 per cento del Pil e occupa appena il 10,2 per centro dei lavoratori. Il metano alleggerirebbe le diseconomie strutturali abbassando il costo dell’energia ma serve una nuova politica dei trasporti che possa abbatterne i costi. E bisognerebbe favorire l’accesso al credito, come accadde più di 50 anni fa durante il primo sviluppo industriale dell’isola quando 4 istituti di credito sostenevano lo sviluppo».
Quali potrebbero essere i partner giusti?
«Servono i player più importanti come Fincantieri, Finmeccanica ma anche Eni, seguiti da una regia politica che non dimentichi le difficoltà delle piccole imprese».
Quanto è mancato il sostegno della Regione al settore industriale?
«Per il momento è mancata la visione del futuro. Si sono occupati di difendere l’esistente senza immaginare una politica espansiva. Hanno mancato l’obiettivo delle privatizzazioni mentre l’idea dei distretti industriali non è mai decollata. Inoltre hanno depotenziato la Sfirs e non è arrivata alcuna risposta per i trasporti. Come possiamo sperare di essere competitivi se movimentare le merci da Seul verso Genova costa meno che farlo da Ottana? Dobbiamo risolvere il dramma dei trasporti perché l’insularità deve diventare un vantaggio legato alla qualità che non può prescindere dal sostegno nei confronti di chi si associa e punta sull’export. In questi casi si può e si deve definire la ricerca di una valida leva fiscale sull’Irpef, purché si tratti un provvedimento selettivo».
Un punto a favore delle piccole realtà industriali?
«Che però devono essere accompagnate verso il progresso con la creazione di un sistema in cui la parola d’ordine sia la collaborazione. Serve anche una politica efficace di internazionalizzazione e una crescita culturale su tutti i livelli, anche della classe operai. In Sardegna abbiamo 53mila lavoratori con la licenza elementare e 131mila con la licenza media. Dobbiamo crescer anche sotto questo punto di vista coinvolgendo sempre più spesso le università».
L’impegno della classe politica e sufficiente a raggiungere l’obiettivo?
«È indispensabile ma per arrivare lontano serve l’integrazione di un moto popolare perché tutta la società civile dovrebbe reagire a una situazione di precarietà che si trascina da troppo tempo e che invece potrebbe essere risolta senza troppi problemi. La Regione dovrebbe anche occuparsi del controllo dei 416 siti inquinati per cui sono stati firmati accordi con il governo. Anche questo potrebbe essere un ottimo modo per ripartire».
Quale potrebbe essere il futuro dell’industria sarda?
«Non possiamo non rimettere in campo l’idea di una nuova rivoluzione industriale che però deve essere riveduta e corretta. Il ragionamento giusto potrebbe essere quello legato al Patto per la Sardegna, purché non si perda tempo a litigare sulla sua paternità. Non è il miglior strumento possibile, tratta temi molto simili all’intesa di programma del 1999 ma apre un ragionamento su un’infrastruttura che potrebbe segnare la svolta per la nostra isola: la dorsale sarda del metano. Credo che sia davvero complicato pensarla in maniera differente».
Il metano, dunque, è la risposta tanto attesa?
«È una delle risposte possibili, la più importante tra quelle ci sono state presentate in questi anni. Permetterebbe di offrire energia a basso costo alle attività industriali e sarebbe un attrattore fondamentale per far ripartire i nostri stabilimenti che, proprio sfruttando il metano, farebbero meno fatica a essere riconvertiti secondo le specifiche dell’industria 4.0».
Cosa potrebbe servire per completare il progetto di rilancio?
«L’industria sarda vale il 7,9 per cento del Pil e occupa appena il 10,2 per centro dei lavoratori. Il metano alleggerirebbe le diseconomie strutturali abbassando il costo dell’energia ma serve una nuova politica dei trasporti che possa abbatterne i costi. E bisognerebbe favorire l’accesso al credito, come accadde più di 50 anni fa durante il primo sviluppo industriale dell’isola quando 4 istituti di credito sostenevano lo sviluppo».
Quali potrebbero essere i partner giusti?
«Servono i player più importanti come Fincantieri, Finmeccanica ma anche Eni, seguiti da una regia politica che non dimentichi le difficoltà delle piccole imprese».
Quanto è mancato il sostegno della Regione al settore industriale?
«Per il momento è mancata la visione del futuro. Si sono occupati di difendere l’esistente senza immaginare una politica espansiva. Hanno mancato l’obiettivo delle privatizzazioni mentre l’idea dei distretti industriali non è mai decollata. Inoltre hanno depotenziato la Sfirs e non è arrivata alcuna risposta per i trasporti. Come possiamo sperare di essere competitivi se movimentare le merci da Seul verso Genova costa meno che farlo da Ottana? Dobbiamo risolvere il dramma dei trasporti perché l’insularità deve diventare un vantaggio legato alla qualità che non può prescindere dal sostegno nei confronti di chi si associa e punta sull’export. In questi casi si può e si deve definire la ricerca di una valida leva fiscale sull’Irpef, purché si tratti un provvedimento selettivo».
Un punto a favore delle piccole realtà industriali?
«Che però devono essere accompagnate verso il progresso con la creazione di un sistema in cui la parola d’ordine sia la collaborazione. Serve anche una politica efficace di internazionalizzazione e una crescita culturale su tutti i livelli, anche della classe operai. In Sardegna abbiamo 53mila lavoratori con la licenza elementare e 131mila con la licenza media. Dobbiamo crescer anche sotto questo punto di vista coinvolgendo sempre più spesso le università».
L’impegno della classe politica e sufficiente a raggiungere l’obiettivo?
«È indispensabile ma per arrivare lontano serve l’integrazione di un moto popolare perché tutta la società civile dovrebbe reagire a una situazione di precarietà che si trascina da troppo tempo e che invece potrebbe essere risolta senza troppi problemi. La Regione dovrebbe anche occuparsi del controllo dei 416 siti inquinati per cui sono stati firmati accordi con il governo. Anche questo potrebbe essere un ottimo modo per ripartire».
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