Mario Segni: «L’insularità nella Costituzione per ridurre le distanze con l’Italia»
Il leader referendario favorevolo all'inserimento del principio nella Carta
Nel 1991 con il referendum sulla preferenza unica e due anni dopo con quello sulla legge elettorale ha cambiato la storia d’Italia. Un quarto di secolo dopo lavora per far svoltare la sua Sardegna. In realtà, Mario Segni ci aveva già provato anni fa, da europarlamentare, con la battaglia sulle “autostrade del mare”. Ora ci ritenta con una nuova battaglia: fare inserire nella Costituzione il principio dell’insularità della Sardegna. Una campagna lanciata dai Riformatori che hanno promosso una raccolta firme per arrivare quanto prima al referendum. Una battaglia che Segni ha subito fatto sua.
Se l’insularità avesse rilevanza costituzionale cosa cambierebbe per la Sardegna?
«Sarebbe una svolta enorme, perché verrebbero meno gli svantaggi che porta il mare. A tutti i cittadini, sardi e non sardi, verrebbero garantite le stesse condizioni di vita, di sviluppo, di impresa, di lavoro. Sarebbe il capovolgimento delle situazione attuale».
In quale modo?
«Oggi l’assistenza statale viene data ai singoli. Pensiamo all’industria o all’agricoltura. Con l’insularità nella Costituzione avremmo un principio diverso: l’aiuto pubblico non sarebbe per i singoli ma per l’intera comunità».
Qualche esempio?
«Pensiamo all’industria sarda che ha sempre dovuto sottostare ai problemi legati al costo dell’energia. La presenza del mare ha sfavorito lo sviluppo dell’industria isolana. Con questa svolta i costi per portare l’energia in Sardegna sarebbero notevolmente più bassi. C’è poi la questione dei trasporti, un problema che non è mai stato affrontato nella maniera giusta e in questo modo potrebbe finalmente trovare soluzione. Bisogna agire subito, anche perché il referendum è la prima tappa di un processo lunghissimo. Un traguardo che deve essere combattuto e raggiunto, visto che rispetto agli interventi di altra epoca questo è molto più incisivo. Ecco perché si tratta di mobilitare la Sardegna».
La questione insularità è stata uno dei suoi cavalli di battaglia a Strasburgo.
«Da parlamentare europeo concentrai su questo la mia azione ma senza avere il tempo di arrivare al traguardo. Purtroppo dopo che sono andato via la questione è stata totalmente abbandonata da tutti».
Come ai tempi dei referendum del 1991 e 1993 sull’insularità della Sardegna si sta formando un fronte trasversale.
«Questo è un interesse che coinvolge tutta la Sardegna, è logico che il coinvolgimento sia trasversale. Anche perché la differenza è enorme rispetto ai referendum che si voteranno in Veneto e Lombardia...».
Dove si andrà alle urne il 22 ottobre.
«Quelli sono referendum centrifughi, indetti contro lo Stato centrale per avere più autonomia, per dare più potere alle Regioni, voluti da partiti che si battono per l’indipendenza. Il nostro invece è un referendum che vuole avvicinare la Sardegna all’Italia, che punta a ridurre le distanze, che rafforza la comunità internazionale. Anche alla luce di quello che sta accadendo in Spagna con la Catalogna».
In questo momento anche in Sardegna si parla sempre più di indipendenza.
«Per me sarebbe un dramma, io credo alla Sardegna inserita nell’Italia. Non capisco perché dovrebbe cessare di farne parte. Dobbiamo lavorare al percorso contrario, riducendo le distanze ed eliminando i disagi. Grazie al riconoscimento dell’insularità la Sardegna potrebbe cambiare parecchio. Per l’isola inizierebbe un’epoca diversa».
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