Il dolore di nonna Maria: ditemi perché sono morte
di Stefania Puorro
Assoluzioni, la tragedia ha portato via la figlia Patrizia e la nipote Morgana
3 MINUTI DI LETTURA
OLBIA. «Eu no agghju cumpresu». Maria Nieddu corre dal suo avvocato, gli dice in gallurese che non ha sentito la sentenza, che non ha capito. Le urla e la rabbia manifestate nell’aula del tribunale di Tempio durante quei 15 secondi, hanno coperto le parole lette dal giudice. “Nessun colpevole per l’alluvione del 2013”. E’ stato allora che Giampaolo Murrighile, uno dei due avvocati di parte civile (insieme con Domenico Putzolu), ha abbracciato forte la signora Maria per poi dirle: «Li hanno assolti tutti».
Maria Nieddu, calangianese, 70 anni da compiere, capelli bianchissimi che incorniciano un viso con poche rughe, sbarra gli occhi. E piange, disperatamente. Come fa dal quel maledetto 18 novembre del 2013. Quando la furia dell’acqua le ha strappato via una figlia ancora giovane, Patrizia Corona, e una nipotina di appena due anni, Morgana Sophie. Con loro continua a parlare, quando le va a trovare ogni giorno al cimitero, come se fossero ancora vive, come se potessero essere in ogni istante davanti a lei. Con loro parla anche quando, almeno una volta ogni dieci giorni, va a cambiare i fiori che ha sistemato vicino a un palo di via Belgio, a Olbia, dove è avvenuta la tragedia.
No, non si dà pace, Maria Nieddu. E per lei, la sentenza emessa, è stato un altro tremendo colpo al cuore. «Le hanno uccise due volte – ha detto con un filo di voce spezzata dal pianto continuo –. Perché? Perché? Io non accuso nessuno e non me la prendo con nessuno. Ma sicuramente, per questo dramma infinito, devono esserci dei colpevoli».
La donna, vedova e con due figli maschi, vive a Calangianus (dove sono state sepolte Patrizia e Morgana) e non conosce i meccanismi della giustizia. Non sa che dopo una prima sentenza c’è la possibilità di appellarsi. «Aba’ è tuttu finitu?» «No, signora Maria, non è finita. Andremo avanti – le ha risposto l’avvocato Murrighile –, perché ora c’è un secondo grado».
Così, Maria Nieddu, si aggrappa alla speranza, a un qualcosa per lei di indefinito in cui poter ancora credere «perché giustizia non è stata fatta».
L’altro ieri, dopo ore di attesa per la sentenza, la donna è sempre rimasta seduta, silenziosa, in un angolo. Con le mani che si stropicciavano l’una con l’altra, con il volto sempre chino in avanti, come se volesse andare oltre la balaustra dell’aula del tribunale.
«Non ho perso una sola udienza, da quando il processo è cominciato. Sono stata sempre qui, ad ascoltare. Perché volevo capire, volevo sentire i testimoni, volevo sentire ogni racconto. Per me era importante sapere». Ma Maria Nieddu non ha mai compiuto neppure mezzo passo in funzione di un risarcimento. «Tanto che non lo abbiamo neanche mai quantificato», precisa l’avvocato Murrighile.
Quando tutti sono usciti dall’aula, l’altro ieri, Maria Nieddu è scesa al piano terra del tribunale e si è seduta su una panchina vicina all’ingresso. I suoi occhi sembrava non volessero incontrare quelli dei parenti delle altre vittime dell’alluvione, ma sapeva bene di condividere lo stesso dolore immenso, lo stesso strazio. E così ha abbassato la testa ancora una volta, scuotendola, lasciando che le lacrime le rigassero il viso e in attesa che arrivasse uno dei due figli a prenderla. È rimasta lì, rifiutando l’offerta di passaggio del suo avvocato al quale ha chiesto ancora: «Avvocato, cosa pudemu fa’? Non mi lascerete sola, vero? Allora, ci sarà un altro processo e posso ancora sperare che giustizia venga fatta?»
No, non si dà pace, Maria Nieddu. «Voglio sapere perché è successo. Per adesso non ho avuto le risposte che mi aspettavo, ma non voglio arrendermi. Nel nome di Patrizia e Morgana e di tutte le altre vittime che meritano giustizia e che, per me, non l’hanno ancora ottenuta».
Maria Nieddu, calangianese, 70 anni da compiere, capelli bianchissimi che incorniciano un viso con poche rughe, sbarra gli occhi. E piange, disperatamente. Come fa dal quel maledetto 18 novembre del 2013. Quando la furia dell’acqua le ha strappato via una figlia ancora giovane, Patrizia Corona, e una nipotina di appena due anni, Morgana Sophie. Con loro continua a parlare, quando le va a trovare ogni giorno al cimitero, come se fossero ancora vive, come se potessero essere in ogni istante davanti a lei. Con loro parla anche quando, almeno una volta ogni dieci giorni, va a cambiare i fiori che ha sistemato vicino a un palo di via Belgio, a Olbia, dove è avvenuta la tragedia.
No, non si dà pace, Maria Nieddu. E per lei, la sentenza emessa, è stato un altro tremendo colpo al cuore. «Le hanno uccise due volte – ha detto con un filo di voce spezzata dal pianto continuo –. Perché? Perché? Io non accuso nessuno e non me la prendo con nessuno. Ma sicuramente, per questo dramma infinito, devono esserci dei colpevoli».
La donna, vedova e con due figli maschi, vive a Calangianus (dove sono state sepolte Patrizia e Morgana) e non conosce i meccanismi della giustizia. Non sa che dopo una prima sentenza c’è la possibilità di appellarsi. «Aba’ è tuttu finitu?» «No, signora Maria, non è finita. Andremo avanti – le ha risposto l’avvocato Murrighile –, perché ora c’è un secondo grado».
Così, Maria Nieddu, si aggrappa alla speranza, a un qualcosa per lei di indefinito in cui poter ancora credere «perché giustizia non è stata fatta».
L’altro ieri, dopo ore di attesa per la sentenza, la donna è sempre rimasta seduta, silenziosa, in un angolo. Con le mani che si stropicciavano l’una con l’altra, con il volto sempre chino in avanti, come se volesse andare oltre la balaustra dell’aula del tribunale.
«Non ho perso una sola udienza, da quando il processo è cominciato. Sono stata sempre qui, ad ascoltare. Perché volevo capire, volevo sentire i testimoni, volevo sentire ogni racconto. Per me era importante sapere». Ma Maria Nieddu non ha mai compiuto neppure mezzo passo in funzione di un risarcimento. «Tanto che non lo abbiamo neanche mai quantificato», precisa l’avvocato Murrighile.
Quando tutti sono usciti dall’aula, l’altro ieri, Maria Nieddu è scesa al piano terra del tribunale e si è seduta su una panchina vicina all’ingresso. I suoi occhi sembrava non volessero incontrare quelli dei parenti delle altre vittime dell’alluvione, ma sapeva bene di condividere lo stesso dolore immenso, lo stesso strazio. E così ha abbassato la testa ancora una volta, scuotendola, lasciando che le lacrime le rigassero il viso e in attesa che arrivasse uno dei due figli a prenderla. È rimasta lì, rifiutando l’offerta di passaggio del suo avvocato al quale ha chiesto ancora: «Avvocato, cosa pudemu fa’? Non mi lascerete sola, vero? Allora, ci sarà un altro processo e posso ancora sperare che giustizia venga fatta?»
No, non si dà pace, Maria Nieddu. «Voglio sapere perché è successo. Per adesso non ho avuto le risposte che mi aspettavo, ma non voglio arrendermi. Nel nome di Patrizia e Morgana e di tutte le altre vittime che meritano giustizia e che, per me, non l’hanno ancora ottenuta».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
