parco geominerario
Continua il sit-in dei lavoratori: «La politica si è dimenticata di noi»
SASSARI. Oggi è il sedicesimo giorno di protesta per i lavoratori ex Ati Ifras del Parco geominerario, e nel sit in in viale Trento, davanti al palazzo della presidenza regionale cresce l’amarezza....
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SASSARI. Oggi è il sedicesimo giorno di protesta per i lavoratori ex Ati Ifras del Parco geominerario, e nel sit in in viale Trento, davanti al palazzo della presidenza regionale cresce l’amarezza. «Ci sentiamo dimenticati, sembra che a nessuno interessi la nostra vertenza: eppure siamo senza lavoro, di fatto licenziati dalla Regione a marzo con mille promesse di una vicina riassunzione che intanto non arriva».
Dal 18 settembre è iniziato il presidio e loro non molleranno, dicono, fino a quando non avranno certezze. Scottati da mesi di snervante attesa, si danno il turno per mantenere viva la protesta. Sono una quarantina dei circa 500 lavoratori del Parco, loro malgrado catapultati in un limbo da cui vorrebbero uscire. Dormono in sacco a pelo e in tenda, e ora che l’autunno è arrivato non è una passeggiata. Ogni giorno è uguale all’altro, spesso arriva la Digos a fare un controllo ma davanti a quei pacifici manifestanti ha poco da fare. E loro si sentono soli e non avvertono quella solidarietà che si auspicavano se non da parte dei sindacati. Nonostante manifestino davanti a uno dei palazzi della politica, non vedono né l’attenzione né la presenza di chi ha le leve del potere. «Ci chiediamo cosa dobbiamo fare per far sentire la nostra voce, far capire la disperazione di noi padri di famiglia, ci chiediamo perché le soluzioni annunciate non arrivano».
Il prossimo passo della lunga vertenza è fissato per l’11 ottobre quando si riunirà il “Tavolo partenariale per l’attuazione del reimpiego dei lavoratori del Parco Geominerario dell’ex bacino Ati-Ifras”. Il progetto è di far passare i lavoratori all’Igea, la società in house della Regione. Il 10 ottobre, secondo quanto annunciato, già una cinquantina dovrebbero essere ricollocati. Ma sono questi tempi lunghi a spaventare, quando ci si ritrova a dover far vivere la famiglia con 650 euro al mese, questo è in media lo stipendio che riceve il personale del Parco per effetto della Naspi. Rimasta al palo anche l’integrazione del reddito mensile che la Regione aveva promesso, e che avrebbe consentito di tirare avanti con maggiore serenità.
«Noi fino all’11 ottobre resteremo qui in viale Trento –ribadiscono i lavoratori –, poi si vedrà». Perché la fiducia comincia a mancare e crescono gli interrogativi su cosa avverrà. «Ci stupisce anche che nessuno si preoccupi di cosa stia accadendo nei siti di tutta la Sardegna ora sguarniti di personale – aggiungono gli ex Ati Ifras –. Il Parco geominerario è stato dichiarato patrimonio dell’Unesco ma da mesi non vengono effettuate le manutenzioni, la custodia e la tutela anche degli altri parchi e aree potette dell’Asinara e Porto Conte, non si effettuano i servizi di assistenza e guida turistica nei siti archeologici. Molti di noi hanno collaborato a scavi avviati dalle università sarde». Complessivamente l’Ati Ifras, prima che scadesse la convenzione con la Regione, svolgeva la propria attività in 89 Comuni. «La Regione dall’Unione europea ha ricevuto milioni di euro per la gestione dei parchi, ma intanto noi siamo qui, ad aspettare che succeda qualcosa». (p.f.)
Dal 18 settembre è iniziato il presidio e loro non molleranno, dicono, fino a quando non avranno certezze. Scottati da mesi di snervante attesa, si danno il turno per mantenere viva la protesta. Sono una quarantina dei circa 500 lavoratori del Parco, loro malgrado catapultati in un limbo da cui vorrebbero uscire. Dormono in sacco a pelo e in tenda, e ora che l’autunno è arrivato non è una passeggiata. Ogni giorno è uguale all’altro, spesso arriva la Digos a fare un controllo ma davanti a quei pacifici manifestanti ha poco da fare. E loro si sentono soli e non avvertono quella solidarietà che si auspicavano se non da parte dei sindacati. Nonostante manifestino davanti a uno dei palazzi della politica, non vedono né l’attenzione né la presenza di chi ha le leve del potere. «Ci chiediamo cosa dobbiamo fare per far sentire la nostra voce, far capire la disperazione di noi padri di famiglia, ci chiediamo perché le soluzioni annunciate non arrivano».
Il prossimo passo della lunga vertenza è fissato per l’11 ottobre quando si riunirà il “Tavolo partenariale per l’attuazione del reimpiego dei lavoratori del Parco Geominerario dell’ex bacino Ati-Ifras”. Il progetto è di far passare i lavoratori all’Igea, la società in house della Regione. Il 10 ottobre, secondo quanto annunciato, già una cinquantina dovrebbero essere ricollocati. Ma sono questi tempi lunghi a spaventare, quando ci si ritrova a dover far vivere la famiglia con 650 euro al mese, questo è in media lo stipendio che riceve il personale del Parco per effetto della Naspi. Rimasta al palo anche l’integrazione del reddito mensile che la Regione aveva promesso, e che avrebbe consentito di tirare avanti con maggiore serenità.
«Noi fino all’11 ottobre resteremo qui in viale Trento –ribadiscono i lavoratori –, poi si vedrà». Perché la fiducia comincia a mancare e crescono gli interrogativi su cosa avverrà. «Ci stupisce anche che nessuno si preoccupi di cosa stia accadendo nei siti di tutta la Sardegna ora sguarniti di personale – aggiungono gli ex Ati Ifras –. Il Parco geominerario è stato dichiarato patrimonio dell’Unesco ma da mesi non vengono effettuate le manutenzioni, la custodia e la tutela anche degli altri parchi e aree potette dell’Asinara e Porto Conte, non si effettuano i servizi di assistenza e guida turistica nei siti archeologici. Molti di noi hanno collaborato a scavi avviati dalle università sarde». Complessivamente l’Ati Ifras, prima che scadesse la convenzione con la Regione, svolgeva la propria attività in 89 Comuni. «La Regione dall’Unione europea ha ricevuto milioni di euro per la gestione dei parchi, ma intanto noi siamo qui, ad aspettare che succeda qualcosa». (p.f.)
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