La Nuova Sardegna

Agenzia sarda delle entrate lo Stato non ritira il ricorso

Agenzia sarda delle entrate lo Stato non ritira il ricorso

La protesta del Partito dei sardi: «Roma ci tratta ancora come una colonia» Prima udienza davanti alla Corte costituzionale. Fra due mesi la sentenza

3 MINUTI DI LETTURA





CAGLIARI. L’invito del presidente Pigliaru è caduto nel vuoto. Palazzo Chigi non ha ritirato il ricorso sull’articolo 3 della legge sull’Agenzia sarda delle entrate. Poteva farlo, avrebbe dimostrato un po’ di «sana disponibilità al dialogo» – era il segnale lanciato qualche giorno fa – e invece il governo è andato avanti a testa bassa. Tanto da insistere con i suoi avvocati, nell’aula della Corte costituzionale, che la Regione non può pretendere neanche in futuro d’incassare direttamente imposte e tasse dai sardi. L’articolo 3 prevede proprio questo: tutto il gettito fiscale deve finire prima nelle casse dell’Agenzia sarda, l’Ase, che poi allo Stato girerà solo una quota su dieci dell’imposta sui consumi, l’Iva, nove spettano alla Sardegna, e tre su dieci di quella sui redditi delle persone fisiche, l’Irpef, mentre le altre sette sono una parte consistente delle entrate regionali. Oggi il percorso è inverso: i sardi pagano, lo Stato incassa e poi gira le compartecipazioni alla Sardegna. Fra due mesi si saprà a chi la Consulta darà ragione: allo Stato o alla Regione, che si è opposta al ricorso. Ma quell’affronto del governo, non ha fatto il passo indietro sperato, per scatenare la protesta del Partito dei sardi, che da sempre considera intoccabile dall’inizio alla fine l’Agenzia sarda delle entrate. Nella giornata dell’udienza a Roma, il Pds è sceso in campo con tutti i suoi effettivi, per difendere «il diritto dei sardi all’autodeterminazione anche nei rapporti fiscali e finanziari con Roma». Prima in Consiglio regionale, guidato dal capogruppo Gianfranco Congiu e nel bel mezzo del dibattito sulla riforma degli ospedali, ha issato un cartellone in cui c’era scritto a caratteri cubitali: «I soldi dei sardi alla Sardegna», Cartellone-lenzuolo subito strappato via dai commessi dalle mani dei consiglieri Augusto Cherchi, Roberto Desini e Piermario Manca. Con in coda il commento duro di Congiu: «L’arroganza del governo nei confronti dei sardi è inaccettabile». Poco dopo una ventina di iscritti hanno inscenato un flash mob sulle scalinate del Consiglio, con una catena umana tenuta assieme dai volantini multicolori su cui campeggiava lo slogan: «Boga sa manu», togli la mano, dalla tasche dei sardi. Infine il Pds ha rincarato la dose con una riunione straordinaria del consiglio nazionale del partito, coordinata dal presidente Paolo Maninchedda e dal segretario Franciscu Sedda. È stato proprio il segretario a rilanciare la sfida: «La richiesta di Pigliaru è rimasta inascoltata – sono state le sue parole – e ancora una volta lo Stato ha confermato di volerci trattare come una colonia che non può disporre neanche dei soldi che produce». È stato sempre Sedda a «invitare i sardi alla rivolta, a finirla con questo gioco del silenzio che continuiamo ad avere ogni volta che il governo si accanisce sui nostri diritti». È da giugno, ha ricordato il capogruppo Congiu, che «sollecitiamo tutti i partiti della coalizione di centrosinistra a prendere posizione, ma fino a poche settimane fa anche il presidente Pigliaru era sordo alle nostre richieste. Poi siamo andati alla carica con forza (è l’ormai storico comunicato con cui il governatore era accusato di essere troppo debole col governo) e la Regione ha chiesto ufficialmente a Palazzo Chigi di rinunciare all’udienza. Però non è cambiato nulla». Anzi, secondo Sedda «da oggi in poi i rapporti con lo Stato sono peggiorati e ci auguriamo che tutti i sardi si facciano sentire con decisione, perché ed è giusto ricordarlo a suo tempo sono state ben 31mila le firme a sostegno dell’Agenzia e la stessa Agenzia era e resta un tema centrale del programma con cui il centrosinistra ha vinto le Regionali nel 2014». Sono questi i motivi che per il Pds devono spingere la Sardegna a ribellarsi a chi vuole vorrebbe frenare lo spirito indipendentista. «Da adesso in poi – ha concluso Sedda – al governo italiano non possiamo concedere più nulla e se fra due mesi la Corte dovesse dare torto alla Sardegna, alzeremo ancora l’asticella della protesta».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

Primo Piano
L’incidente

Sassari, schianto all’incrocio: la mini car “decolla” su un’altra auto

Le nostre iniziative