fossa comune a sedilo
Greggi resistenti a tutti i vaccini
di Maria Antonietta Cossu
SEDILO. A tre settimane dal primo caso di lingua blu scoperto nelle campagne di Sedilo il bilancio comincia a farsi pesante per il centro con uno dei patrimoni ovini più consistenti della provincia....
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SEDILO. A tre settimane dal primo caso di lingua blu scoperto nelle campagne di Sedilo il bilancio comincia a farsi pesante per il centro con uno dei patrimoni ovini più consistenti della provincia. Dal 13 ottobre sono scoppiati 38 focolai e, data la rapidità con cui si sta diffondendo il virus, le previsioni a breve termine non sono rosee. Si teme addirittura che neppure un drastico abbassamento delle temperature possa fermare l’epidemia in atto. Fino a ieri i capi morti erano 179, un dato apparentemente poco significativo rispetto alle 27.500 unità allevate nel comprensorio comunale dalle 149 aziende agropastorali. Ma a preoccupare la categoria è la percezione che l’epidemia sia soltanto agli inizi e che la febbre catarrale avrà effetti deleteri sulla campagna produttiva in corso.
La situazione negli ovili desta ansia: si parla di un tasso di aborti pari al 70 per cento, di decessi delle madri dovuti alla morte dei feti e di casi in cui gli agnellini non superano i tre giorni di vita. E anche le diagnosi che hanno ricevuto dai veterinari per le pecore più debilitate sono funeste, perché la loro capacità produttiva e riproduttiva sarà molto probabilmente compromessa. Quattro anni dopo l’ultima epidemia il morbo sta irrompendo nuovamente nelle aziende zootecniche, anche quelle con le greggi immunizzate. Secondo alcuni esperti, infatti, il vaccino spento non mette completamente al riparo dal virus, che per la straordinaria capacità di ricombinarsi si è riprodotto fino a oggi in 27 sierotipi diversi. Dopo un’annata disastrosa, in cui sembrava che fosse la siccità a dover dare il colpo di grazia alla crisi in cui la categoria era ripiombata a causa del deprezzamento di latte e carni, è arrivata l’infezione più temibile ad aggravare la situazione. «Siamo preoccupati, e oltretutto non sappiamo se c’è una via d’uscita a questa situazione perché ci dicono che il virus muta in continuazione e non esistono a tutt’oggi vaccini che lo debellino» – ha detto Mario Depalmas, allevatore e amministratore comunale – Stiamo perdendo il patrimonio ovino sardo, ciò per cui abbiamo lavorato una vita. Chi ha il potere e l’autorità per agire lo faccia perché le previsioni a breve e medio periodo sono drammatiche, ci dobbiamo aspettare il peggio». L’umore è nero anche tra i titolari delle 75 aziende bovine locali, in sofferenza per il blocco della movimentazione. I grandi ruminanti sono serbatoi sani del virus della blue tongue, ragione per cui non possono essere spostati e venduti se non preventivamente immunizzati. Il costo dell’antidoto è a carico dell’allevatore, che oltretutto è condizionato dai tempi del vaccino e del richiamo, una profilassi che costringe a tenere fermi i capi in azienda almeno un mese prima della vendita. Un’attesa che può equivalere a un mancato ricavo: un dramma per chi, di questi tempi, spende dai mille ai duemila euro ogni quindici giorni solo per l’acquisto di mangimi e foraggio. Intanto si adottano nuove misure sanitarie: da oggi i pastori possono conferire i capi morti nella fossa comune realizzata in località Pedra Lada.
La situazione negli ovili desta ansia: si parla di un tasso di aborti pari al 70 per cento, di decessi delle madri dovuti alla morte dei feti e di casi in cui gli agnellini non superano i tre giorni di vita. E anche le diagnosi che hanno ricevuto dai veterinari per le pecore più debilitate sono funeste, perché la loro capacità produttiva e riproduttiva sarà molto probabilmente compromessa. Quattro anni dopo l’ultima epidemia il morbo sta irrompendo nuovamente nelle aziende zootecniche, anche quelle con le greggi immunizzate. Secondo alcuni esperti, infatti, il vaccino spento non mette completamente al riparo dal virus, che per la straordinaria capacità di ricombinarsi si è riprodotto fino a oggi in 27 sierotipi diversi. Dopo un’annata disastrosa, in cui sembrava che fosse la siccità a dover dare il colpo di grazia alla crisi in cui la categoria era ripiombata a causa del deprezzamento di latte e carni, è arrivata l’infezione più temibile ad aggravare la situazione. «Siamo preoccupati, e oltretutto non sappiamo se c’è una via d’uscita a questa situazione perché ci dicono che il virus muta in continuazione e non esistono a tutt’oggi vaccini che lo debellino» – ha detto Mario Depalmas, allevatore e amministratore comunale – Stiamo perdendo il patrimonio ovino sardo, ciò per cui abbiamo lavorato una vita. Chi ha il potere e l’autorità per agire lo faccia perché le previsioni a breve e medio periodo sono drammatiche, ci dobbiamo aspettare il peggio». L’umore è nero anche tra i titolari delle 75 aziende bovine locali, in sofferenza per il blocco della movimentazione. I grandi ruminanti sono serbatoi sani del virus della blue tongue, ragione per cui non possono essere spostati e venduti se non preventivamente immunizzati. Il costo dell’antidoto è a carico dell’allevatore, che oltretutto è condizionato dai tempi del vaccino e del richiamo, una profilassi che costringe a tenere fermi i capi in azienda almeno un mese prima della vendita. Un’attesa che può equivalere a un mancato ricavo: un dramma per chi, di questi tempi, spende dai mille ai duemila euro ogni quindici giorni solo per l’acquisto di mangimi e foraggio. Intanto si adottano nuove misure sanitarie: da oggi i pastori possono conferire i capi morti nella fossa comune realizzata in località Pedra Lada.
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