Trapianti, riprendono le donazioni
di Alessandra Sallemi
In corso a Cagliari il congresso italiano. Trent’anni fa il primo intervento nell’isola
3 MINUTI DI LETTURA
CAGLIARI. La Sardegna ha una storia speciale nei trapianti di organo con quella data indelebile del 24 febbraio 2004 quando l’équipe cardiochirurgica dell’ospedale Brotzu che portava un cuore da trapiantare morì in un incidente aereo all’alba, assieme ai piloti. Negli anni i trapianti d’organo, cuore, fegato, pancreas, rene, in altri centri italiani anche il polmone, sono diventati un’attività di rete stabile nel sistema sanitario. Ieri, gli animatori di questa rete nazionale, si sono ritrovati a Cagliari per il 41° congresso della Sito, Società italiana trapianti d’organo, organizzato in Sardegna, sotto la presidenza del nefrologo Gianni Piredda, in riconoscimento di un grande impegno (1.650 i trapianti “sardi”). Il congresso cade in un periodo di anniversari: 50 anni fa, a Città del Capo, il cardiochirurgo Christian Barnard inaugurava un’era col primo trapianto di cuore; 30 anni fa, in Sardegna, si facevano il primo trapianto d’organo e la prima donazione. La manager del Brotzu, Graziella Pintus, ha voluto ricordare il gesto compiuto dai genitori di un bambino di 11 anni.
Umberto Cillo, presidente della Sito e direttore del Centro trapianti di fegato di Padova, centra una questione cruciale: «Nonostante il prezzo altissimo pagato per mandare avanti l’attività, ora si tende a banalizzare il trapianto, è diventato routine. Non è più una frontiera da pionieri, ma resta una complessità, scaricata tutta sulla buona volontà degli operatori. Si lavora notte e giorno, con professionisti che sono sempre gli stessi, i giovani non vogliono farlo perché vedono che non c’è un ritorno. Il sacrificio dei trapiantologi quindi continua: con le stesse risorse nonostante la triplicazione del lavoro».
A proposito della qualità di questo lavoro, Cillo spiega che, nei tre giorni, le équipe dei diversi centri italiani daranno conto di nuove tecniche che hanno già una casistica, come l’uso delle macchine di perfusione che permettono di recuperare organi altrimenti non utilizzabili e procedure quali la Dcd, le donazioni a cuore non battente, che, per esempio in Gran Bretagna, oggi costituiscono il 30 per cento delle donazioni. La donazione a cuore fermo significa questo: una persona muore per un infarto, il rianimatore constata la morte, dopo 20 minuti di elettrocardiogramma piatto, è possibile avviare la procedura per la donazione degli altri organi. «In Sardegna siamo quasi pronti a farlo», spiega Ugo Storelli, coordinatore trapianti del Brotzu. Lo “split epatico”, invece, si fa già, Storelli: «Quando c’è un donatore con determinate caratteristiche, il fegato si può dividere e darne una parte ai pediatri per i bimbi in attesa di trapianto e l’altra ai centri col programma split». Il 2017 al Brotzu è stato l’anno del Vad, l’applicazione al cuore malato di una pompa a batteria in grado di sostenere il paziente per circa tre anni, nell’attesa del trapianto. Il 2016 e il 2017 sono stati gli anni della ripresa delle donazioni, la psicologa Fabrizia Salvago: «Sempre più spesso sono le famiglie a chiedere se almeno è possibile donare, la donazione è in qualche modo protettiva nell’elaborazione del lutto».
Umberto Cillo, presidente della Sito e direttore del Centro trapianti di fegato di Padova, centra una questione cruciale: «Nonostante il prezzo altissimo pagato per mandare avanti l’attività, ora si tende a banalizzare il trapianto, è diventato routine. Non è più una frontiera da pionieri, ma resta una complessità, scaricata tutta sulla buona volontà degli operatori. Si lavora notte e giorno, con professionisti che sono sempre gli stessi, i giovani non vogliono farlo perché vedono che non c’è un ritorno. Il sacrificio dei trapiantologi quindi continua: con le stesse risorse nonostante la triplicazione del lavoro».
A proposito della qualità di questo lavoro, Cillo spiega che, nei tre giorni, le équipe dei diversi centri italiani daranno conto di nuove tecniche che hanno già una casistica, come l’uso delle macchine di perfusione che permettono di recuperare organi altrimenti non utilizzabili e procedure quali la Dcd, le donazioni a cuore non battente, che, per esempio in Gran Bretagna, oggi costituiscono il 30 per cento delle donazioni. La donazione a cuore fermo significa questo: una persona muore per un infarto, il rianimatore constata la morte, dopo 20 minuti di elettrocardiogramma piatto, è possibile avviare la procedura per la donazione degli altri organi. «In Sardegna siamo quasi pronti a farlo», spiega Ugo Storelli, coordinatore trapianti del Brotzu. Lo “split epatico”, invece, si fa già, Storelli: «Quando c’è un donatore con determinate caratteristiche, il fegato si può dividere e darne una parte ai pediatri per i bimbi in attesa di trapianto e l’altra ai centri col programma split». Il 2017 al Brotzu è stato l’anno del Vad, l’applicazione al cuore malato di una pompa a batteria in grado di sostenere il paziente per circa tre anni, nell’attesa del trapianto. Il 2016 e il 2017 sono stati gli anni della ripresa delle donazioni, la psicologa Fabrizia Salvago: «Sempre più spesso sono le famiglie a chiedere se almeno è possibile donare, la donazione è in qualche modo protettiva nell’elaborazione del lutto».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google