La Nuova Sardegna

«La Kawasaki di Cubeddu la usava Pinna»

Parla il meccanico che riparò il mezzo utilizzato dal minorenne per rientrare da Orune dopo il delitto

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NUORO. Una motocicletta Kawasaki Ninjia, intestata ad Alberto Cubeddu e utilizzata da Paolo Enrico Pinna per la fuga rocambolesca da Orune dopo l’omicidio di Gianluca Monni ha fatto la sua comparsa nel dibattimento a carico del giovane ozierese.

Secondo il capo d’imputazione il ragazzo mise a disposizione di suo cugino Paolo Enrico Pinna la moto per mettere a segno il disegno criminoso premeditato nei dettagli. Ma ora, sulla base della testimonianza di Giovanni Voe, autista di Ozieri con l’hobby della meccanica, questo elemento che attesterebbe il coinvolgimento di Cubeddu come attore di un copione premeditato, potrebbe essere visto sotto una diversa angolazione.

Chi aveva mostrato particolare attenzione per la potente Kawasaki di colore blu non era Alberto ma suo cugino Paolo. «A trattare per l’acquisto della moto ad Oniferi fu Paolo Enrico. Fu lui a provare quella moto mentre Cubeddu non salì in sella» ha sottolineato Voe che nella campagne di famiglia, eseguiva riparazioni sui mezzi degli amici. E, sulla Kawasaky, Voe mise mano nell’inverno del 2015 per un cambio gomme e un intervento di manutenzione. «Sono andato a prenderla a Nule a casa di Paolo Enrico. Il mezzo era parcheggiato a di fronte alla casa di Pinna che mi aspettava con il padre» ha spiegato incalzato, nel controinterrogatorio, dagli avvocati Patrizio Rovelli e Mattia Doneddu. Presa la moto l’autista fece la messa a punto e cambiò la gomma posteriore usurata.

E dopo dieci giorni la riportò nell’azienda di Cubeddu. Quella stessa moto venne poi utilizzata, secondo la ricostruzione dell’accusa accolta dai giudici del Tribunale dei minori di Sassari che ha condannato Pinna a 20 anni di reclusione, per allontanarsi da Orune la mattina dell’8 maggio. La sentenza in quel frangente ha ricalcato totalmente le richieste del pm, che aveva chiesto il massimo della pena per un processo celebrato con queste modalità. La sentenza ha tenuto conto dei futili motivi che hanno scatenato l’omicidio di Gianluca, ucciso con un fucile calibro 12 mai ritrovato. Nell’efferato fatto di sangue si trovò coinvolto anche Stefano Masala. Scomparso il 7 maggio da Nule secondo l’accusa è stato sequestrato per essere rapinato dell’auto con cui il giorno successivo è stato compiuto l’omicidio dello studente di Orune. E poi ucciso in modo che la responsabilità ricadesse su di lui. (g.f.)

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