La madre di Pietro Sanna: «È un incubo, da solo a morire: sento la sua paura»
Dolore e angoscia in una lettera ai giudici. La condanna della giovane rende giustizia per la morte del giovane dj ma è una magra consolazione di fronte alla perdita di un giovane di appena 23 anni
NUORO. La famiglia di Pietro Sanna dopo la condanna di Hasna Begum si è chiusa nel silenzio. Il padre Piergraziano, la madre Valentina Coiana e i fratelli Giomaria e Marisa hanno scelto di non rilasciare alcune dichiarazione.
Sentimenti che proprio la madre di Pietro Sanna ha spiegato in una lettera che è stata letta dal legale della famiglia dopo la sentenza. Eccone i passi principali.
«Quali parole si possono usare per spiegare il dolore di aver perso il figlio? Come posso spiegare il peso che mi preme sul mio petto quando penso che non è più qui? Pietro era il secondo dei miei tre figli. Il più grande si chiama Giomaria, la più piccola Marisa. Pietro frequentava la scuola con scarso interesse, e questo era per me fonte di grande preoccupazione, anche perché temevo che potesse prendere una strada scivolosa. Quando si è trasferito dall’Italia a Londra per unirsi a suo fratello, che lavorava lì da alcuni anni, ero felice della sua nuova vita. Nonostante non avessimo un ottimo rapporto, stavamo iniziando a crearne uno in lontananza, con messaggi e risposte che arrivavano dopo giorni, e rare ma lunghe telefonate di notte, quando era fuori dal lavoro, attraverso il quale noi stavamo riparando il legame tra madre e figlio parlando e perdonandoci a vicenda. Avevo anche cambiato la mia vita dopo la separazione da suo padre: ho iniziato da zero nella mia città natale, insieme a Marisa che studia all’Università. Ci sostenevamo a vicenda, Pietro e io, raccontandoci del nostro lavoro. La musica è stata la passione di Pietro, ha prodotto musica e stava iniziando a diventare noto come dj».
«Tutto è successo così all’improvviso che non ho avuto tempo di capire davvero. Ho ricevuto una telefonata da Giomaria che mi ha paralizzato. Mi ha detto: “Mamma, Pietro è morto, è stato pugnalato”. Ogni volta che lo ricordo, sembra un incubo, sembra che non sia mai stato vero. Fu Giomaria a trovarlo e cercò di rianimarlo, chiamò l’ambulanza e la polizia. Non riesco nemmeno a immaginare quella scena, non riesco a immaginare Pietro morto, ucciso con 32 pugnalate e trovato dopo tre giorni. Posso sentire il freddo, la paura, la solitudine che ha vissuto morendo in quel modo, e sento il freddo, la paura, la solitudine io stessa, per non essere in grado di parlargli di nuovo, per non essere in grado di abbracciarlo di nuovo, per non essere in grado di vedere realizzati tutti i suoi progetti di vita».
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