La Nuova Sardegna

Cucca congela le dimissioni «Ripartiamo dal basso»

di Umberto Aime
Cucca congela le dimissioni «Ripartiamo dal basso»

Il segretario rimette il mandato all’assemblea che sarà convocata dopo Pasqua Soru critico: stop alla stagione degli accordicchi. Lai: referendum tra i circoli

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CAGLIARI. Se avessero consumato la loro prima direzione, dopo il disastro del 4 marzo, solo nell’analisi pignola del voto o nella caccia spietata e fratricida ai colpevoli, quelli del Pd forse avrebbero meritato una seconda punizione quasi corporale. Ancora più pesante del castigo subìto nei seggi due domeniche fa. Spaventati come sono, invece, hanno evitato di gettarsi fino in fondo nell’inferno del chi picchia più duro e del «vediamo quanto resisti ai colpi e alle provocazioni». Alla fine il segretario regionale Giuseppe Luigi Cucca non si è dimesso seduta stante, come da giorni volevano in molti. Dai soriani ai popolari-riformisti, due correnti su tre, che erano pronti anche sfiduciarlo. Ma non lo hanno fatto perché Cucca, comunque, ha messo l’incarico nel congelatore: è stata questa la soluzione temporanea costruita dal suo gruppo di renziani assieme agli ex Diesse. E gli accusatori della vigilia si sono accontentati, forse per evitare che il disastro avvenuto nei seggi si trasformasse in una catastrofe casalinga e quotidiana. Quelli del Pd, in sostanza, non hanno pensato solo a farsi la pelle, a strapparsela di dosso l’un l’altro. Seppure fra molte difficoltà e tante differenze, si sono guardati dentro, hanno ammesso gli errori fatti e quelli da non ripetere. Si sono confrontati per oltre cinque ore di riunione a porte chiuse (ma si è sentito tutto anche all’esterno) sul futuro che li terrorizza: «Se continuiamo così, alle Regionali andremo sotto».

Dalle 10.30 in poi è stata una lunga seduta psicoanalitica. Cominciata in uno stanzone pieno come non mai e dentro cui ha pesato una tensione enorme che però non è sfociata nella rissa. Giuseppe Luigi Cucca ha rimesso «il mandato nelle mani dell’assemblea», che sarà convocata «subito dopo Pasqua o al massimo a ridosso di quella nazionale, annunciata l’8 aprile», ma nel frattempo «dobbiamo riunire i circoli e le federazioni», perché «è dal basso che dobbiamo ripartire» e non «consumarci più nei nostri, soliti litigi, quelli che hanno reso purtroppo ancora più devastante una sconfitta forse prevedibile ma non nelle proporzioni del 4 marzo». A far da scudo alla scelta delle dimissioni congelate, è servito quanto imposto dal segretario nazionale reggente, Maurizio Martina, che ha bloccato ogni eventuale azzeramento per altre due settimane. «L’unico modo che abbiamo per ripartire – uno dei passaggi della relazione di Cucca – è fare autocritica e ricomporre i pezzi di un partito che non ha intercettato i bisogni della gente, nonostante noi abbiamo messo sul tavolo i fatti, ma hanno vinto le illusioni proposte da altri». È un qualcosa che non deve riaccadere nelle Regionali – ha aggiunto – «per questo dobbiamo assumerci oggi le responsabilità personali e collettive della sconfitta, senza però cercare un capro espiatorio, che sia io o un altro, questo è invece il momento di rinserrare le fila». Il posto di segretario è a disposizione dell’assemblea, ma «dal caos usciremo solo se, con umiltà, saremo capaci di riportare l’armonia dentro il partito e soprattutto, con coraggio, c’impegneremo di nuovo ad ascoltare gli elettori, a ritornare a essere credibili nel proporre le soluzioni che la gente si aspetta da noi». L’applauso è arrivato, anche se non da tutta la platea.

Il dibattito. Gli interventi sono stati ventuno, più della metà degli aventi diritto. Franco Sabatini, sostenitore di Cucca, ha detto: «La riflessione dev’essere seria, aprire uno scontro interno infinito non servirebbe, cominciamo a parlare invece di come, servono idee e progetti, e con chi, riaprendo il dialogo dentro e fuori la coalizione del 2014, dobbiamo presentarci alle prossime elezioni». Per Giuseppe Frau, soriano, un punto di partenza dev’essere la discontinuità: «Nel partito di sicuro ma anche nella giunta, perché non ci soddisfa com’è stato svolto il mandato che abbiamo affidato al presidente Pigliaru». Con Antonio Solinas, popolare-riformista, che ha aggiunto: «Dobbiamo scegliere, non certo da soli, un nuovo candidato presidente, non è proponibile una ricandidatura di Pigliaru». Siro Marrocu, ex Diesse, è stato fra i primi a dire no ai processi, ma anche allo scaricabarile: «Se finissimo in questo intreccio, vorrebbe dire che la lezione non ci è servita». Ma attenzione, a non ragionare solo sull’ultimo miglio, cioè gli undici mesi che mancano alle Regionali. «C’è una ricostruzione che va fatta mattone dopo mattone, ma senza sostenere che tutto nel passato è stato sbagliato», ha aggiunto il neo deputato Gavino Manca, renziano. Una delle prime strade possibili l’ha tracciata l’ex senatore Silvio Lai, popolare-riformista: «Lanciamo un referendum fra i circoli per sapere quale sinistra vorrebbero e puntiamo alla nascita di un nuovo partito sardo federato con il Pd nazionale, quindi più autonomo e capace di essere concentrato sulla Sardegna e molto meno condizionato dalle dinamiche nazionali». Francesco Sanna, ex deputato dell’area soriana, ha sottolineato che «dobbiamo essere capaci di salvarci da soli e non aspettare che ci salvi Roma». Poi è stata la volta di Renato Soru: «Rimettere il mandato, come ha detto Cucca, non vuol dir nulla. Se vogliamo ricominciare, non è più la stagione delle politichette e degli accordicchi, ci servono nuove strategie coinvolgenti». Che «dobbiamo trovare insieme, non possiamo più permetterci divisioni, sarebbe un suicidio», è stato l’allarme lanciato da Laura Pisano, dalla deputata rieletta Romina Mura e dalla consigliere regionale Daniela Forma. Allo scoccare della quinta ora abbondante, è passata la linea del rivedersi al più presto in assemblea, ma senza che la decisione fosse votata ed è stato un bene altrimenti, allora sì, che sarebbe scoppiata la rissa.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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