La Nuova Sardegna

Demuro: l’autonomia è frenata dalla burocrazia

di Alessandro Pirina
Demuro: l’autonomia è frenata dalla burocrazia

Il costituzionalista ed ex assessore: «All’isola serve un ordinamento più semplice L’insularità nella Carta non è la soluzione, il problema va posto a livello europeo»

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SASSARI. Settant’anni dopo l’approvazione dello Statuto l’autonomia speciale resta più attuale che mai. Ad affermarlo è il costituzionalista Gianmario Demuro, già assessore agli Affari generali nella giunta Pigliaru, che vede nella Carta dei sardi lo strumento che più di tutti può far crescere l’isola. Il mezzo per rafforzare il ruolo della Sardegna all’interno della Repubblica italiana.

Professor Demuro, settanta anni dopo l’approvazione dello Statuto ha ancora senso parlare di autonomie speciali?

«L’autonomia speciale non solo è attuale ma oggi è ancora più necessaria. Il fondamento di questa mia affermazione è nella stessa Costituzione. Da un lato, l’articolo 5 che tiene insieme l’unità e indivisibilità della Repubblica con l’esigenza di riconoscere e promuovere le autonomie locali. Dall’altro, l’articolo 1 che sancisce come la sovranità appartenga al popolo che la esercita nelle forme previste dalla Carta costituzionale. Attraverso l’autonomia si realizza quella democrazia nel territorio che con il fascismo era andata distrutta. Dal mio punto di vista, autonomia significa capacità di agire in modo libero da parte di chi intende la democrazia come partecipazione al governo del territorio».

Con la riforma del Titolo V sono aumentati i poteri delle Regioni a statuto ordinario. A questo punto la specialità ha ancora ragione di esistere?

«L’autonomia speciale è stata una delle grandi novità dello stato regionale in Italia. Ricordiamoci che la proposta di Emilio Lussu di diventare uno stato federale fu bocciata. E dunque l’autonomia speciale fu l’alternativa per garantire a una parte del territorio con una forte identificazione autonomista una quota di autonomia che permise a quelle realtà di restare all’interno dello Stato. Grazie alle autonomie speciali si sono evitati separazioni e strappi del principio di unità. E tutto questo per 70 anni».

Grazie alla autonomia speciale la Sardegna ha una maggiore autonomia finanziaria, ma ciononostante resta tra le regioni più povere d’Italia.

«Ci sono due tipi di autonomie speciali, quelle delle regioni del Nord e quelle delle due isole. Bisogna distinguere tra contesto giuridico ed economico. Che alcune realtà avessero grosse difficoltà dal punto di vista economico era una premessa storica della Repubblica. Sicuramente però in questi settant’anni si poteva fare di più per migliorare una amministrazione che nel tempo si è fatta sempre più complicata. Bisognava evitare che la Regione si trasformasse in una sorta di grande centro. L’iperburocratizzazione è stato il grande problema della Sardegna. Quando Lussu portò lo Statuto della Valle d’Aosta in Assemblea costituente disse: “ora datele un ordinamento semplice e civile”. Ecco, la nostra autonomia andava costruita con un ordinamento semplice e civile. Invece, si è puntato su ordinamenti troppo burocratici. Da assessore io l’ho potuto vedere da vicino».

Settant’anni dopo quali modifiche apporterebbe allo Statuto?

«La domanda che andrebbe fatta è: cosa vuole la comunità della Sardegna nel suo statuto? Questo è il grande tema relativo alla consistenza delle tre materie tra potestà esclusiva, concorrente, integrativa. Per quanto mi riguarda io credo che nello statuto bisognerebbe puntare su scuola e istruzione per dare un maggiore impulso alla lotta alla dispersione scolastica. Oppure alla cultura, con riferimento alla profondissima identità culturale che la Sardegna ha, che esiste a prescindere da quello che scriviamo nello statuto, ma che va rafforzata. E ancora: io inserirei la diversità ambientale della Sardegna. Noi abbiamo fortissime identità che si devono mantenere. Da gallurese penso allo stazzo, che può essere paragonato a una villa palladiana. E infine c’è tutto il tema fiscale collegato con il tema dello Stato. Dobbiamo sapere quale quota di riequilibrio debba spettare a una regione che ha la metà del Pil delle regioni del Nord e come si può agire sulla leva fiscale».

C’è chi immagina un nuovo Piano di rinascita per il rilancio economico dell’isola.

«Se avesse la stessa aspettativa popolare che c’era negli anni Sessanta e se al piano fosse collegata una forte iniziativa politica sia regionale che nazionale potrebbe essere la soluzione. Ma i piani erano strumenti tipici di quei tempi, quando l’economia si poteva pianificare. Per aggredire il gap economico che separa l’isola dal resto d’Italia ci vorrebbe un piano di rinascita per ogni singolo tema: dall’agricoltura all’industria, alla scuola».

Che giudizio dà sul referendum che si è svolto qualche mese fa in Lombardia e Veneto?

«Il tema del regionalismo differenziato a me sembra molto corretto, anche perché previsto dal terzo comma dell’articolo 116. Le regioni a statuto ordinario chiedono di poter gestire funzioni amministrative sotto la propria responsabilità. Io non vedo nulla di sbagliato nel fare gestire alle regioni determinate competenze. Lo possono fare il Veneto, la Lombardia e qualsiasi altra regione. Anche perché questa novità si fonda su un’intesa con lo Stato su quali competenze possono essere gestite al meglio a livello regionale. Ma questo ovviamente non significa che con una maggiore autonomia le regioni più forti economicamente possano tenersi i soldi del gettito fiscale».

In Sardegna invece il referendum per inserire il principio di insularità nella Costituzione è stato bocciato.

«Faccio una premessa. Il principio di insularità, come anche il Mezzogiorno, esistevano già nel vecchio articolo 119 prima della modifica del Titolo V. Quindi c’era già una consapevolezza nella Costituzione che in Italia si dovesse trovare un punto di equilibrio tra le varie aree del Paese. La norma è cambiata e si è introdotta una formulazione più caratterizzata sul principio di uguaglianza, che prevede un riequilibrio del territorio dello Stato a prescindere dalla definizione geografica. Questa scelta è stata fatta nel 2001 e poi confermata da un referendum. Oggi dunque avrebbe senso introdurlo? Io non ci trovo niente di sbagliato a prevederlo nella Costituzione, ma non è la soluzione. L’unica strada possibile è porre il problema a livello europeo. Occorre fare delle deroghe rispetto alle regole europee sulla concorrenza. Se poi l’introduzione del principio di insularità potesse servire a supportare le politiche pubbliche nazionali a livello europeo allora ben venga la sua introduzione nella Carta».

La Sardegna fa fatica a rapportarsi con il governo centrale, ma la stessa lamentela arriva dai Comuni nei confronti della Regione.

«Attraverso la democrazia locale passa la tenuta della democrazia in generale. L’Italia si è inventata le regioni, mentre ha una lunga tradizione dei Comuni. Purtroppo la crisi economica degli ultimi anni ha comportato fenomeni di accentramento, mettendo i Comuni in grande difficoltà. A mio avviso oggi, anche per mettere in difficoltà il populismo, servirebbe una maggiore autonomia locale. Basterebbe applicare il principio di sussidiarietà verticale sancito dall’articolo 118. Dare maggiore responsabilità ai Comuni significa avere una maggiore controllabilità dei cittadini. Io sono convinto che occorra restituire agli enti locali quei percorsi di democrazia che negli ultimi tempi sono venuti meno. Una ricollocazione di funzioni ai Comuni non è importante solo dal punto di vista amministrativo ma anche per l’affermazione del principio democratico. Più si è vicini e meglio è».

Nella Sardegna del 2018 si riparla di indipendenza.

«Nei sistemi regionalisti come il nostro, a differenza di quelli federali, la regione determina la sua esistenza in ragione dell’esistenza di una costituzione unitaria. L’indipendenza, dunque, è vietata».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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