Al supermercato con la nutrizionista: come scegliere cibo sano
Girare alla larga da insaccati, patatine e bibite, sì a pasta di farro e riso venere Diffidare della mozzarella: è molto grassa. Cereali: meglio guardare l’etichetta
SASSARI. Tra un pranzetto pasquale e l’altro, una parentesi di pentimento può essere salutare. Il percorso di redenzione dal peccato di gola inizia così: si entra nel supermercato assieme a una nutrizionista che marca stretto il carrello della spesa e la cattiva coscienza di divoratore seriale di trigliceridi. Il gioco è questo: si riempie il carrello con la disinvoltura di sempre. E la dottoressa, in maniera gentile, ti spiega quanta violenza usi sul tuo stomaco.
I passi falsi. Non c’è scampo, è inutile tentare qualsiasi bluff. Le pessime abitudini alimentari si vedono dai primi passi. Non appena entrati la prua del carrello punta dritta a nord, attirata dalla marea di carni, salsicce e insaccati. Marta Mela, 38 anni, biologa nutrizionista, si lascia sfuggire una leggera smorfia di disapprovazione. E allora rapida virata a destra, dove ci sono gli scaffali con la verdura. Ovvero quella sorta di erbetta senza sapore che, per i veri mangioni, in genere è destinata a occupare abusivamente spazi preziosi nella pancia. «Come mai stava ignorando questo settore?». «Mah, piccola distrazione». Altro che distrazione: è il pilota automatico che punta dritto verso le cose appetitose e succulente. Ma dieta e palato tradizionalmente non possono andare d’accordo. Perché la regola purtroppo è questa: più un cibo è grasso e più è buono, e più un cibo è dolce e più le papille godono.
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Le etichette. Nel carrello ora si adagiano tristemente una busta di ottimo iceberg già tagliato e lavato (almeno la pigrizia di ruminare erbetta già pronta), poi una zuppa di verdura alla quale verrebbe volentieri da “diredinò”, e infine un retina di clementine prese tra quelle in offerta. Fin qui tutto bene, la nutrizionista sembra apprezzare. Ma poi chiede: «Scusi, non guarda mai le etichette? Prende tutto a caso?». In effetti l’unica targhetta alla quale si presta attenzione in genere è il prezzo. «Le etichette sono capaci di raccontarci cose molto interessanti. Per quanto riguarda la frutta e la verdura, ad esempio, è importante leggere la provenienza. Più un prodotto è a km0 e più questo dovrebbe essere garanzia di freschezza e genuinità. Più viene da lontano, e meno sappiamo di come è stato coltivato e quanto tempo ha impiegato ad arrivare su questo scaffale».
Sigle strane = schifezze. Ma non è tutto, c’è un’altra regola da appuntarsi: «Quando ci si imbatte in termini incomprensibili, numeri, sigle strane, bisogna cominciare a diffidare: è più alta la probabilità di ingurgitare schifezze. Tutto quello che leggi e capisci, invece, è facile che sia anche più sano». Quindi se tra gli ingredienti compaiono parole come emulsionanti mono e digliceridi degli acidi grassi, le sigle numeriche tipo E471, E322, o agenti lievitanti carbonati, difosfati, e poi le sigle di coloranti, bisogna prestare attenzione a questi campanelli d’allarme. Sono tutte sostanze che assunte nella quotidianità bene non fanno. Il problema è che il consumatore medio di intrugli alimentari,è un formidabile boccalone. Va a naso, si ferma alle scritte grandi, ma non si sforza mai di aguzzare lo sguardo sui caratteri più minuti.
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Barrette e cereali. Un tipico specchietto per le allodole sono alcune barrette o alcuni biscotti ai cereali. Uno legge cereali, e pensa di dimagrire solo a guardare la confezione. Invece se ci si prende la briga di spulciare il contenuto, la consapevolezza cambia eccome: «Il primo ingrediente citato, guarda caso, è lo sciroppo di glucosio. Poi vai oltre e scopri che la percentuale di cereali è al massimo il 20%, e che di questi 21 grammi di barrette la maggior componente sono schifezze industriali».
Tossici dello zucchero. C’è che ormai siamo dei tossici del saccarosio. È una dipendenza che si instaura da piccoli, con dosi sempre più massicce di merendine e cola. I nutrizionisti la definiscono sugar addicted: più assumi zuccheri, più ne desideri e più non riesci a farne a meno. Il bello è che per far schizzare la glicemia alle stelle, c’è solo l’imbarazzo della scelta. L’aranciata, ad esempio, è capace di addolcirci quanto una soap opera. «Una lattina da 33 centilitri, contiene 39 grammi di zucchero. Presente cosa siano 39 grammi? Equivalgono a 8 bustine di zucchero, a circa 12 cucchiaini». Ora, solo a pensare di ingoiare 12 cucchiaini di zucchero di seguito, viene il voltastomaco. Ma la stessa quantità sciolta nel succo d’arancia, scivola giù in un solo sorso.
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Vade retro patatine. La spesa intanto prosegue sincera, dentro il carrello piove giù un pacco di patatine per il bimbo di 3 anni. E qui ci starebbe bene un “vade retro”, con gli indici incrociati come con le creature del demonio. Invece, con grande flemma professionale, la dottoressa Mela spiega: «Legga l’etichetta, così si rende conto di cosa mangerà suo figlio. Sono 45 grammi di patatine, con 506 kcalorie e 28 di grassi per 100 grammi. In pratica una bomba. Poi c’è la seguente dicitura: un pacco di queste patatine equivale alla metà della razione di grassi che un adulto medio dovrebbe consumare nell’arco di un’intera giornata. E parliamo di un adulto. Quindi un bimbo con metà di queste patatine si è già giocato la sua razione quotidiana di grassi». Sostituzione immediata: fuori le patatine, dentro il più salutare sacchetto di frutta secca, ricco di vitamine e omega 3.
La bufala della mozzarella. Allora, giusto per fare bella figura, eccoci davanti al banco frigo: con una mozzarella non si sbaglia, le quotazioni dovrebbero salire. E invece quella della mozzarella dietetica sì che è una bufala: «È il più classico dei luoghi comuni – dice Marta Mela – ma totalmente errato: la mozzarella è un alimento molto grasso, per niente indicato in una dieta dimagrante. Meglio a questo punto una ricotta, rigorosamente vaccina».
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Scaffali inesplorati. E allora è inutile: uno che ha come idolo il protagonista di “Man versus food”, che alla cucina gourmet, blasonata e stellata preferisce le succulenze di Sora Lella, non ha scampo. Perciò da questo momento cambia il pilota. Alla barra di comando del carrello passa la dottoressa Mela. E via alla scoperta di sentieri mai esplorati, dove negli scaffali si affacciano cose strane come riso venere, pasta di grano saraceno, pasta di farro, felicia bio, pasta di legumi o alla spirulina. «Sono solo delle ottime fonti alternative di proteine e fibre, anziché quelle botte di carboidrati contenute dalla pasta comune». Stesso discorso per il pane: «Meglio quello con farina lievitata naturalmente, senza il solito lievito di birra. Niente baguette semicongelate, o peggio ancora il pane a fette confezionato, che quando lo apri ti assale la zaffata di alcol e conservanti». Nel carrello si adagia la confezione di carne di pollo, e strano a dirsi quella di cavallo, più magra anche del vitello. Una barretta di cioccolato, che piove come una manna, col suo 80% di cacao. E poi un sacchetto di zucchero di canna: «ma quello genuino da agricoltura biologica, mica il caramellato delle bustine del bar». E allora via a leggere l’etichetta. Testuale: “Si spremono le canne e si concentra il succo (...) usando i residui di canna bagassa”. Siamo sicuri che questa roba faccia davvero bene?
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