I vincoli erano legittimi Cualbu deve rendere i soldi
di Mauro Lissia
Annullato in Appello il risarcimento da 77 milioni imposto alla Regione
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CAGLIARI. Non c’è stato alcun danno economico all’impresa perché non ci sono stati atti illegittimi e comunque il bene-paesaggio viene prima degli interessi imprenditoriali: quando l’amministrazione regionale guidata da Renato Soru ha bloccato la costruzione di decine di edifici attorno alla necropoli punico-romana di Tuvixeddu non ha fatto altro che applicare le norme del piano paesaggistico, che prevedevano tutele rigorose su compendi storico-archeologici come quello di Cagliari. A stabilire la legittimità di quei vincoli imposti sui colli della città era stato già nel 2011 il Consiglio di Stato ed ora, a distanza di quasi cinque anni dal ricorso firmato dall’ufficio legale della Regione, è arrivata la sentenza della Corte d’Appello civile di Roma a cancellare gli effetti del lodo arbitrale definitivo del 23 aprile 2013, che aveva disposto un risarcimento milionario a favore dell’impresa per la mancata realizzazione del piano immobiliare di Tuvixeddu, allineando le statuizioni civili all’esito del procedimento amministrativo. Per la Nuova Iniziative Coimpresa di Gualtiero Cualbu è un colpo durissimo: non appena la sentenza verrà messa in esecuzione il costruttore dovrà restituire alla Regione i 77 milioni e 827 mila euro che il collegio arbitrale gli aveva assegnato con una decisione assunta a maggioranza, in aperto contrasto con la relazione di uno degli arbitri, l’ex magistrato Gianni Olla, il solo nominato dal tribunale. Quella relazione, riletta oggi, è molto simile a quella emessa ieri dai giudici ordinari di Roma e ricalca le posizioni manifestate a suo tempo dalle associazioni ecologiste.
Con gli interessi maturati negli anni la cifra da riportare nelle casse pubbliche dovrebbe salire a circa 83-84 milioni, dai quali Cualbu potrà detrarre il milione e 205 mila euro che i magistrati romani gli hanno riconosciuto come risarcimento per 31 giorni di stop ai lavori, peraltro mai iniziati - tra il 9 agosto 2006 e l’8 settembre 2006 - imposto dalla Regione con un provvedimento di vincolo giudicato a suo tempo illegittimo e quindi annullato, il solo in tutta la lunga vicenda: sono 38.900 euro al giorno, esattamente quanto calcolato dalla Deloitte Financial Advisory Service spa a conclusione della consulenza tecnica fornita al collegio arbitrale nel 2013 ma esteso, nel lodo, ai tredici anni di ritardo sulla realizzazione del piano immobiliare a partire dalla firma dell’accordo di programma del 2000 tra Regione, Comune di Cagliari e Coimpresa. Per il collegio arbitrale la Regione avrebbe dovuto rimborsare l’impresa per il mancato guadagno sulla vendita degli immobili, calcolata sulla previsione dei valori di mercato. In altre parole la Coimpresa avrebbe dovuto prendere dalle casse pubbliche l’intero profitto atteso dalla vendita senza neppure la fatica di cercare gli acquirenti. Per altro verso la Regione avrebbe dovuto rispondere anche dei provvedimenti assunti dalla Soprintendenza ai Beni culturali, che ha sempre difeso il compendio archeologico dal cemento. A leggere le 29 pagine della sentenza firmata dal presidente Edoardo Cofano emerge come la Corte abbia accolto in pieno le ragioni del ricorso presentato dagli avvocati regionali Federico Sorrentino e Gianni Parisi, bocciando la difesa dei legali privati Francesco Astone, Alberto Picciau e Marcello Vignolo: senza entrare nella complessità delle argomentazioni, per i giudici la Regione ha solo tutelato l’interesse pubblico a conservare un bene storico-culturale.
Difficile che la lunga e complessa battaglia legale sulla necropoli più grande del Mediterraneo si chiuda qui: Coimpresa dovrà restituire subito i soldi, ma potrà ricorrere per Cassazione. Di contro la Regione potrebbe presentare un ricorso incidentale sulla quota residua di risarcimento riconosciuta a Coimpresa: la Corte sostiene infatti che per quanto lo stop ai lavori iniziale fosse illegittimo, la precedente adozione del Ppr li avrebbe fermati comunque. Però poi - in apparente contraddizione - gli stessi giudici dispongono il risarcimento. Se i lavori dovevano essere comunque bloccati, dove starebbe il danno? Ancora: venuta meno l’efficacia dell’accordo di programma del 2000 il costruttore Cualbu potrà chiedere di riavere indietro le aree cedute al Comune per la realizzazione del parco archeologico. Dall’altra parte la decisione della Corte, riconfermando la legittimità dei vincoli paesaggistici imposti col Ppr, sancisce l’illegittimità delle palazzine costruite da Coimpresa sotto il colle dei Punici prima del blocco imposto dalla Regione. Facile prevedere l’apertura di nuovi contenziosi, la storia non finisce qui.
Con gli interessi maturati negli anni la cifra da riportare nelle casse pubbliche dovrebbe salire a circa 83-84 milioni, dai quali Cualbu potrà detrarre il milione e 205 mila euro che i magistrati romani gli hanno riconosciuto come risarcimento per 31 giorni di stop ai lavori, peraltro mai iniziati - tra il 9 agosto 2006 e l’8 settembre 2006 - imposto dalla Regione con un provvedimento di vincolo giudicato a suo tempo illegittimo e quindi annullato, il solo in tutta la lunga vicenda: sono 38.900 euro al giorno, esattamente quanto calcolato dalla Deloitte Financial Advisory Service spa a conclusione della consulenza tecnica fornita al collegio arbitrale nel 2013 ma esteso, nel lodo, ai tredici anni di ritardo sulla realizzazione del piano immobiliare a partire dalla firma dell’accordo di programma del 2000 tra Regione, Comune di Cagliari e Coimpresa. Per il collegio arbitrale la Regione avrebbe dovuto rimborsare l’impresa per il mancato guadagno sulla vendita degli immobili, calcolata sulla previsione dei valori di mercato. In altre parole la Coimpresa avrebbe dovuto prendere dalle casse pubbliche l’intero profitto atteso dalla vendita senza neppure la fatica di cercare gli acquirenti. Per altro verso la Regione avrebbe dovuto rispondere anche dei provvedimenti assunti dalla Soprintendenza ai Beni culturali, che ha sempre difeso il compendio archeologico dal cemento. A leggere le 29 pagine della sentenza firmata dal presidente Edoardo Cofano emerge come la Corte abbia accolto in pieno le ragioni del ricorso presentato dagli avvocati regionali Federico Sorrentino e Gianni Parisi, bocciando la difesa dei legali privati Francesco Astone, Alberto Picciau e Marcello Vignolo: senza entrare nella complessità delle argomentazioni, per i giudici la Regione ha solo tutelato l’interesse pubblico a conservare un bene storico-culturale.
Difficile che la lunga e complessa battaglia legale sulla necropoli più grande del Mediterraneo si chiuda qui: Coimpresa dovrà restituire subito i soldi, ma potrà ricorrere per Cassazione. Di contro la Regione potrebbe presentare un ricorso incidentale sulla quota residua di risarcimento riconosciuta a Coimpresa: la Corte sostiene infatti che per quanto lo stop ai lavori iniziale fosse illegittimo, la precedente adozione del Ppr li avrebbe fermati comunque. Però poi - in apparente contraddizione - gli stessi giudici dispongono il risarcimento. Se i lavori dovevano essere comunque bloccati, dove starebbe il danno? Ancora: venuta meno l’efficacia dell’accordo di programma del 2000 il costruttore Cualbu potrà chiedere di riavere indietro le aree cedute al Comune per la realizzazione del parco archeologico. Dall’altra parte la decisione della Corte, riconfermando la legittimità dei vincoli paesaggistici imposti col Ppr, sancisce l’illegittimità delle palazzine costruite da Coimpresa sotto il colle dei Punici prima del blocco imposto dalla Regione. Facile prevedere l’apertura di nuovi contenziosi, la storia non finisce qui.
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