Francesco Pigliaru: «La Sardegna è più forte grazie all’autonomia»

Il governatore: «La Carta va aggiornata, sono necessari maggiori poteri. Bene l’insularità nella Costituzione, ma non basta: lo Stato ci aiuti sul fronte Ue»

SASSARI. Guarda al futuro, ai prossimi 70 anni dello Statuto. Il governatore Francesco Pigliaru lo ritiene uno strumento prezioso e ancora attuale, anche se ha bisogno di qualche messa a punto. Il presidente della giunta spiega come la Carta abbia consentito ai sardi di migliorare la propria posizione economica e come abbia difeso la specialità e l’unicità di un popolo. Utile anche nelle sfide e nelle rivendicazioni di oggi, dall’insularità al diritto alla mobilità. Anche se oggi lo Statuto deve essere completato e diventare più forte nel complesso rapporto con l’Europa.

Perché è importante ancora oggi parlare di autonomia in Sardegna?

«L’autonomia è la base irrinunciabile della nostra capacità di autogoverno, è per noi un aspetto essenziale e concreto di ogni percorso di sviluppo e di crescita sociale ed economica. Non è solo una legittima rivendicazione di poteri e competenze ma anche un esercizio di responsabilità, per gestire al meglio la sfida della specialità».

Con la riforma del Titolo V sono aumentati i poteri delle Regioni a Statuto ordinario. Quelle a statuto speciale hanno ancora ragione di esistere?
«Sì certo, la specialità è un valore sempre vivo e attuale. Ieri come oggi abbiamo tutte le condizioni che ne determinano la necessità, a partire naturalmente dalla condizione geografica di insularità. Ma è urgente dare vigore alla nostra autonomia interpretando la specialità in una accezione moderna e dinamica. Lo Statuto speciale deve riscrivere con chiarezza un rapporto di piena reciprocità con lo Stato che preveda un nuovo riparto delle competenze legislative e di quelle amministrative sulla base del principio di sussidiarietà e di adeguatezza. Ciò che dobbiamo assolutamente evitare è il ritorno a uno Stato centralista: sarebbe un errore grave, un ricadere nell'illusione che centralizzare significhi essere più efficaci nel trovare soluzioni ai problemi della gente. È vero il contrario: centralizzare significa aumentare le distanze, diminuire il controllo dei cittadini sull'azione pubblica e rischiare, nella distribuzione delle risorse, esercizi di discrezionalità che si trasformano troppo spesso in arbitri e ingiustizie. Abbiamo bisogno, piuttosto, della collaborazione virtuosa tra Regioni e di aiutare chi è rimasto indietro a migliorarsi rapidamente attraverso modelli già attuati con successo da altri. Uno Stato saggio non dovrebbe avocare tutto a sé, ma favorire la diffusione delle buone pratiche e sostenere la collaborazione tra territori per una crescita comune».

Grazie all’autonomia speciale la Sardegna ha una maggiore autonomia finanziaria, ma resta tra le regioni più povere d’Italia. Cosa non ha funzionato?
«In realtà la Sardegna è a metà strada tra le regioni meridionali, più povere, e quelle del centro-nord, più ricche. Colmare i divari economici è difficile ovunque, ed esiste una enorme letteratura economica che certifica quanto è arduo ridurli. Tuttavia, in questi settant’anni la Sardegna ha fatto passi importanti e penso che l’autonomia, pur con tutti i suoi limiti, sia servita a sostenere una fase di crescita essenziale, partendo dalla situazione estremamente critica del dopoguerra. In sua assenza, l'azione esercitata da uno Stato centrale lontano e distratto difficilmente ci avrebbe fatto fare tutto questo percorso, questa almeno parziale emancipazione. Certo, molto rimane da fare, in particolare per compensare vincoli allo sviluppo importanti come quelli generati dalla condizione insulare. Abbiamo cominciato, ma la strada è ancora lunga e qui sì che serve più autonomia, più spazio per esercitare in modo diretto nostri diritti essenziali come quello della mobilità, oggi assurdamente vincolato da regole incomprensibili per chi vive in un'isola».

Settant’anni dopo l’approvazione di quali modifiche avrebbe bisogno lo Statuto sardo?
«La Sardegna è un’isola, e il concetto della diversità è da associare a questa caratteristica peculiare, immutabile nel tempo, che genera gli svantaggi che abbiamo concretamente misurato anche in termini di mancato sviluppo. Come ho già detto, è assurdo trovarci ancora a combattere con risorse e strumenti normativi inadeguati il problema della continuità territoriale, che per noi assume contorni molto gravi, o a risolvere il gap infrastrutturale causato dalla mancanza di connessioni con il network nazionale, o ancora le penalizzazioni sul fronte dell’energia. Per questo è necessario portare a compimento il percorso istituzionale che ci garantisca maggiori poteri per risolvere problemi così cruciali per la Sardegna. La battaglia per il riconoscimento della condizione di insularità è un modo per conquistare poteri che oggi non abbiamo e che sono assolutamente essenziali per noi, quanto e più delle risorse economiche. Abbiamo ottenuto dal Governo 120 milioni per cofinanziare il diritto alla mobilità dei sardi e poi è complicato usarli perché le norme europee sulla concorrenza fanno una enorme fatica a riconoscere i problemi specifici di chi vive in un'isola periferica. Più in generale, è una questione di pari opportunità e dobbiamo puntare, con un riferimento esplicito nel nostro Statuto, sull’affermazione di diritti speciali che concorrano a rafforzare l’idea della nostra specificità, su maggiori potestà legislativa in materia finanziaria e fiscale e su un trattamento finanziario compatibile con il principio di uguaglianza».

Il tema dell’insularità è al centro del dibattito politico. L’inserimento del principio nella Costituzione può essere risolutivo?
«Può essere certamente utile, ma non è risolutivo. Noi stiamo lavorando sul fronte europeo e abbiamo chiesto con forza al Governo di sostenere presso le istituzioni di Bruxelles la nostra richiesta di riconoscimento della condizione insulare quale requisito per l’applicazione di aiuti specifici, sul modello di quanto avviene per le regioni ultraperiferiche. Per noi è fondamentale che lo Stato ci aiuti in questo percorso: accompagnare a Bruxelles la richiesta della Sardegna perché finalmente venga attuato l'articolo 174 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, il Tfue, che riconosce l'insularità come svantaggio ma poi non definisce le azioni compensative da mettere in atto, richiesta da presentare insieme a isole come Corsica e Baleari affiancate dai rispettivi governi nazionali. Basterebbe cominciare così, per esempio: tutti i fondi europei e nazionali per investimenti che vengano utilizzati per mitigare i costi associati all'insularità dovrebbero essere esclusi automaticamente, per le isole periferiche, dall’ambito di applicazione materiale della disciplina sugli aiuti di Stato. Sarebbe un gran bell'inizio, un significativo aumento del nostro spazio autonomo di azione».

Si parla sempre più spesso delle necessità di un nuovo Piano di Rinascita. Cosa ne pensa?
«Sono formule che non amo, che talvolta si usano per mascherare l'assenza di idee. Sono queste l’unica cosa che serve: poche, chiare idee, vere e proprie scommesse condivise per sostenere lo sviluppo. Quale turismo vogliamo? Come può il settore pubblico favorirne una migliore capacità di creare lavoro e benessere per i sardi? Come vogliamo utilizzare i fondi per l'agricoltura? Quanti usarne per sostenere il reddito di chi lavora in campagna e quanti invece per favorire investimenti che ne migliorino la capacità produttiva e la redditività, in una parola le prospettive future? Quale energia ci serve, a quali costi, da quali fonti? Il metano va bene o no? Cosa facciamo per le nostre scuole e per le nostre università? L'istruzione è o non è il tassello principale nella creazione di una prospettiva di emancipazione e di sviluppo? Lo sviluppo locale lo disegnano i singoli comuni, ognuno per conto suo, o è meglio farlo a un livello di maggiore collaborazione territoriale? Ecco, discutiamo di queste cose, condividiamo un percorso e poi, se volete, diamogli il nome che preferite. Contano i contenuti, non le etichette. Nell'arena politica vedo talvolta una tendenza a rifugiarsi in slogan e a evitare il faticosissimo lavoro di cercare soluzioni concrete, realizzabili ai nostri problemi. Qualcuno ha detto: i populisti cercano il nemico, i riformisti le soluzioni. Io credo nell'autonomia perché è la piattaforma che ci consente l'esercizio riformista della ricerca di soluzioni, una piattaforma dunque da rinforzare continuamente».

La Sardegna deve svilupparsi più in chiave italiana o europea?
«Sono per una società aperta, mi sento come moltissimi sardo, italiano ed europeo. La Sardegna deve dialogare con Roma e con Bruxelles e deve portare in tutte le sedi istituzionali le sue legittime istanze con forza e determinazione, ma anche con spirito di leale collaborazione. Ovviamente l’Europa attuale è una costruzione del tutto inadeguata al compito che deve svolgere, c'è molta sovranità che gli Stati dovrebbero cedere per costruire un'Europa all'altezza del suo enorme compito. Ma il punto è proprio questo: bisogna andare avanti, non tornare indietro verso patrie sempre più piccole e pericolosamente chiuse. Nell'Europa di oggi dobbiamo comunque essere capaci di ottenere quello che serve e sfruttarlo al meglio per il nostro sviluppo. E cito ancora una volta, come esempio, il percorso comune che stiamo facendo con Corsica e Baleari, perché insieme possiamo migliorare la nostra condizione di isole con evidenti svantaggi strutturali»

Non pensa che ora sia l’Europa uno degli ostacoli maggiori al riconoscimento dei diritti dei sardi come il diritto alla mobilità o il riconoscimento dell’insularità?
«Con la Ue non sempre abbiamo avuto un rapporto facile. In alcuni casi abbiamo trovato muri e i confronti sono ancora aperti, a partire dalla continuità territoriale. Le difficoltà del momento, però, non ci devono far dimenticare che dall’Europa possono derivare preziose opportunità per il nostro sviluppo. E sulle questioni del diritto alla mobilità e del riconoscimento dell’insularità lavoriamo per raggiungere, a Bruxelles, i migliori risultati per la Sardegna».

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