La Nuova Sardegna

Dal nuraghe Losa a Chilivani in cerca delle radici del Pd

di SALVATORE MEREU
Dal nuraghe Losa a Chilivani in cerca delle radici del Pd

Il regista Mereu partecipa prima all’assemblea dem e poi alla fiera dei bovini «Chissà se questi due mondi, oggi così distanti, un giorno torneranno a parlarsi»

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Non avendo debiti col lettore, come il romanziere d' appendice, né la serrata impellenza del racconto a tappe, provo a riprendere le fila di un nuovo possibile viaggio, tra i tanti che mi propone questo primo bellissimo weekend di primavera, e scelgo di andare verso il Nuraghe Losa dove mi attende un amico e dove sento che c' è la promessa di un racconto. Cesare Zavattini invitava sempre a scendere in strada e a prendere gli autobus se si voleva provare a raccontare il mondo diffidando di chi avrebbe avuto la pretesa di farlo standosene seduto a casa propria. E da Zavattini e da Dessi (quello straordinario del reportage di Viaggio nel Tempo) vorrei farmi guardare ora che mi rimetto in moto. L' appuntamento non è al Nuraghe Losa, come avevo creduto, ma in un albergo poco distante, immerso in un bosco di giovani sughere ammantato di asfodeli. Il sole e i profumi della primavera in fiore magnificano quel luogo più di quanto non lo facciano la posizione, un po' defilata, e i depliant. Ma forse è proprio per la posizione che è stato scelto. Aspetto in un’area adibita a parcheggio e che nella vita dell'albergo deve servire anche da galoppatoio perché dietro lo steccato si vedono dei pony. Arrivano altre macchine. Scendono uomini e donne di mezza età che si salutano e si abbracciano come vecchi compagni di scuola che non si vedono da tempo. Se non fosse per il sole che comincia a picchiare già di primo mattino pare una scena del Grande freddo. Ve lo ricordate il film di Lawrence Kasdan? Un gruppo di amici si ritrova dopo tanti anni per il funerale di uno di loro e l'occasione è utile a tutti per fare un bilancio delle loro vite e per ricordare quale valore abbia avuto stare insieme adesso che le loro esistenze hanno preso strade diverse. Come nel film mi colpiscono gli abbracci, i sorrisi, il piacere di ritrovarsi, l' importanza di esserci. Ma a Nuraghe Losa non c'è un morto da compiangere. C'è, semmai, un corpo, piuttosto malconcio, da accudire e rimettere in piedi facendo attenzione a non sottoporlo a troppi strappi. C'è il Pd. O almeno una pezzo importante del partito che è rimasto.

Il parcheggio si riempie in fretta e si contano poche fuoriserie. Mi pare un buon segno. Avere un parco macchine che non assomigli alla Millemiglia certo un po' aiuta a riavvicinarsi a quella gente che si ritiene di aver perduto. Però è anche il segno che i maggiorenti non ci sono. Prendo timidamente posto dentro solo quando arriva il mio amico. La sala dove si svolge l'incontro è ingentilita da un fascio di travi in legno e non assomiglia in nulla a quei mattatoi al neon in cui, a volte, si consumano le assisi di partito. Chi l'ha arredata non si è fatto prendere la mano da tutto quell'armamentario esotico che travolge spesso questi luoghi fino a farli diventare delle vere e proprie appendici dei musei della civiltà pastorale.

Ma non è neanche il Nazareno con le sue quinte radical chic. Però quando la gente attacca a parlare, prima il presidente, che formalmente ha convocato l'incontro, poi alcuni sindaci e altri semplici simpatizzanti, l'emozione è vera e si sente vibrare nei microfoni. A turno ci provano un po' tutti a capire cosa è accaduto in quel terribile 4 di marzo, giorno del cataclisma, e si chiedono in modo accorato cosa davvero si possa fare per riacciuffare quella vasta comunità di elettori che li ha abbandonati. Nei volti, negli occhi che luccicano, è evidente il tentativo sincero di rimettersi in discussione. Per questo non ci si risparmia nulla. Un giovane sindaco del Sarrabus lo dice a chiare lettere: «Per troppo tempo i miei capi mi hanno invitato a stare un passo indietro e a non travalicare i confini del mio mandato, anche nei suggerimenti» non tenendo conto che nell'organigramma di un partito il sindaco è quello che più di tutti tiene il polso di una comunità. Ma un partito che non sa ascoltare è un partito destinato a perdersi ed è quello che forse è accaduto a questo Pd che da qualche anno, a varie latitudini, si è avvitato in alcuni personalismi, finendo per frullare tutto il suo potenziale. Però oggi è difficile non solidarizzare con questa platea che ha deciso di fare coming out. Poche altre volte mi è capitato di avvertire una emozione così diffusa e insieme il desiderio autentico di capire cosa sia capitato dopo lo scroscio impetuoso di quell'onda che il 4 marzo ha sbattuto tutti sulla battigia lasciandoli nudi come ossi di seppia. Da giovane studente universitario ero riuscito a intrufolarmi dentro il palasport di Bologna il giorno in cui Occhetto aveva presentato ai suoi la quercia, dopo i giorni tormentati della Bolognina. Altro che luccichio. Allora le lacrime erano corse a fiumi. Persino Ingrao, senza mai rinunciare ai suoi distinguo, al suo statuto di poeta, aveva pianto. E Cuperlo che allora era dirigente in fasce della federazione giovanile. D’Alema, che girava tra i corridoi del catino con la sua giubba di velluto della Standa ripassando in un foglietto il discorso che avrebbe dato un calcio a Occhetto.

Ma sopratutto i simpatizzanti che avevano assiepato le gradinate esterne del palazzetto attaccati alle loro radioline a seguire, minuto per minuto, da vicino, la relazione del segretario generale che come un novello Ulisse li stava per imbarcare per un lungo viaggio di cui ancora non era chiaro l'approdo. Molta emozione di oggi, molto desiderio di capire, forse con un eccesso di fiducia, mi pare simile a quello di allora anche se non tutti tra quelli venuti oggi sono partiti da quell’altra riva del guado in questa traversata che non sembra mai finire. Non so se il padrone di casa, qui, sia Renato Soru. Certo è che nell'intervento di alcuni, forse il rimpianto, c'è il ricordo di quei giorni febbrili della sua discesa in campo, esplosa in primavera come adesso e coronata con un grande successo elettorale sotto le querce delle colline di Gavoi quando stava per vedere la luce, in quella stagione fulgida di promesse, anche il nostro più importante festival letterario. Quanto avvenire dietro le spalle. Chissà se si sarà mai chiesto quanto varrebbe oggi, nel mercato della politica, quella sua invenzione, adesso che i partiti sono merce scaduta. Ma è un esercizio retorico superfluo perché da tempo è stata diluita in un partito più grande che l'ha digerita in fretta e oggi Soru combatte con gli altri per ridare fiducia a quel partito. È possibile che qualcuno non abbia conservato i semi di quella stagione? E chi li avrebbe dovuti custodire? In un partito organizzato e strutturato come il partito democratico dovrebbe essere il segretario a farlo, con la sua linea. Ma il segretario oggi non c'è e forse non c'è più neanche la linea. “Il peggio che ci possa succedere” ammette un vecchio dirigente, che del partito è stato anche segretario, “è che si rinunci persino a stare in partita”, viste le lune e l'imminenza della competizione regionale, “o che si arrivi a ridosso delle urne con qualche accrocchio, senza un vero programma” inducendo i più al letargo in attesa di tempi migliori. In questa attitudine a farsi del male, talvolta accompagnata dalla volontà di misconoscere quanto magari di buono si è prodotto, tanto vorrebbero buttarla in caciara alcuni, il rischio è di fare un bel regalo agli avversari. Soprattutto se si considera che c'è un presidente, nel pieno delle sue funzioni, che non deve essere lasciato solo nel tirare le fila del suo mandato.

Oggi il nuovo spauracchio sono i Cinque Stelle ma chissà quanti, magari non presenti a quest’assise, non sentendosi compresi appieno dal proprio partito, hanno pensato, nella parte più segreta del loro cuore, di mettere a disposizione di quella forza il proprio know how provando a giustificare la propria eventuale trasmigrazione con l'idea nobile, e generosa, che una forza così, anche se chiamata a governare, non può essere lasciata a farlo con la pancia cosi come si è presentata. Questo genere di ammissione il militante deluso la farà solo a se stesso, e nel segreto del suo cuore, e la trasmigrazione se dovesse avvenire sarà meno chiassosa di quella degli elettori che lo hanno preceduto. I più navigati, che come gli altri non sono presenti a questa assise, forse neanche si pongono il problema. Hanno piazzato col tempo gli amici nei posti di comando dell'amministrazione sapendo che serve sempre meno battersi per le vestigia di un partito ora che i partiti sono rimasti dei gusci vuoti. L'altra faccia della medaglia a Ozieri, e ieri ad Arborea, alla fiera annuale dei bovini, è una folla festosa di gitanti che ha deciso di concedersi una piccola parentesi di agio dalle fatiche quotidiane. Non è una folla inferocita quella che si presenta ai cancelli. Forse ha già dimenticato il disappunto manifestato nella cabina elettorale. Forse neanche sapeva che tutta insieme avrebbe potuto generare questo sconquasso. Oggi è lì per dare un po’ di sollievo ad un esistenza che si è fatta sempre più dura e vuole per un giorno derogare ai suoi obblighi. Deroga sulla coca cola, sulle salsicce, sul portafoglio, per quel poco che può. Vedo guance rosse, labbra piene di torrone, braccia tornite da anni di mungitura. Gente che lavora e che concepisce la fiera, come in un film di De Sica degli anni cinquanta, come un giorno di festa, che si ferma ad ammirare un trattore sognando un giorno di comprarlo. E chi non può spingere il sogno così in alto si porta via dei conigli, un vitello, se non può permettersi un toro. Ce ne sono che possono arrivare a valere fino a 10.000 15.000 euro se nel loro dna c'è la garanzia di una linea superba. E c'è chi per passione ha fatto di questo genere di allevamenti un'impresa, soprattutto in Gallura. È la gente, la stessa che a Nuraghe Losa vorrebbero riacciuffare. Quella gente per cui bisogna tornare ad avere rispetto e che non bisogna biasimare, come diceva Nanni Moretti, se ci mette tanto a decidere di togliere il cellophane dal divano che ha appena comprato. Molti a un certo punto del pomeriggio lasciano gli stand. Ad Arborea fanno incetta di fragole, ad Ozieri si trasferiscono nel vicino ippodromo di Chilivani perché si è sparsa la voce che ci sono gli arabi con i loro cavalli. Anche all'ippodromo stallieri e manutentori confermano che era da parecchio che non se ne vedeva così tanta e per l’occasione gli organizzatori hanno chiamato anche un politico a premiare i vincitori. Eppure oggi il politico, forse per l'ombra del pomeriggio che allunga un velo sinistro sulla sua giovane barba canuta, mi sembra un uomo solo a cui nessuno è disposto più a dare credito, come un vecchio monarca infelice che è seduto sul suo trono ma non ha più a disposizione i sudditi. Perfino la piccola corte che lo accompagna, e che gli dovrebbe fare da scudo, deve essersi accorta di quanto la politica sia diventata impopolare. Nessuno che punti a incoronarlo. E allora meglio puntare su un cavallo, su un fantino, e sognare almeno per qualche ora che qualcosa delle nostre esistenze possa cambiare visto che la politica non è riuscita a farlo. Chissà se questi due mondi, oggi così distanti, torneranno a parlarsi, un giorno.

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