La difesa: Mesina ostaggio di un mito che non c’è
L’avvocata Beatrice Goddi: l’ex ergastolano sta pagando per il passato. «Per noi l’associazione a delinquere non esiste, le prove sono sopravvalutate»
CAGLIARI. «Graziano Mesina è prigioniero di un mito creato da giornalisti e scrittori, in questo processo i fatti sono stati letti considerando la figura dell’eterno detenuto e pensando al suo passato la prova è stata sopravvalutata»: parole di Beatrice Goddi, difensore insieme a Maria Luisa Vernier al giudizio d’appello per il traffico di droga e altri reati costato all’ex latitante di Orgosolo la condanna a trent’anni di reclusione in primo grado e la revoca della grazia. L’arringa dell’avvocata Goddi è durata un’ora, il tempo di leggere in parallelo i capi d’imputazione e i fatti descritti dall’accusa partendo da un punto di vista alternativo.
L’obbiettivo della difesa è smontare l’accusa principale, quella di associazione a delinquere. Se per il pm del primo grado Gilberto Ganassi e per quello dell’appello Michele Incani Mesina era il capo indiscusso di una banda di malviventi pronti ad ogni malefatta, l’avvocata Goddi nega con decisione che agli atti del procedimento esista la prova di una qualche organizzazione criminale dedita alla compravendita di droghe e all’ideazione di sequestri: «La condanna a trent’anni è un record per il tribunale di Cagliari - ha detto il legale - ma a leggere il processo non si trova traccia di un’associazione criminale con base nel Nuorese (di quella cagliaritana ha parlato la collega Vernier alla scorsa udienza, ndr) e agli atti risultano fatti distinti l’uno dall’altro. Se Mesina spesso compare insieme ad altre persone si tratta sempre di qualcuno che guida per lui l’auto, non ha mai avuto la patente». A sentire la difesa «Mesina non sa che cosa sia la droga, nei dialoghi intercettati e registrati si parla di denaro ma è denaro che Mesina prestava, come ha sempre fatto e come risulta dalla carte».
Soprattutto, per l’avvocata Goddi «manca il programma criminoso e non c’è la reiterazione seriale dei reati». In altre parole non c’è banda, non ci sono azioni coordinate «ma solo profili individuali» che associati alla figura mitica di Mesina «sono stati letti con la lente del pregiudizio». Pregiudizio che secondo la difesa ha condotto a letture letterali e definitive delle sparate di Grazianeddu, punito dal proprio passato: «Si parla di armi micidiali, ma nessuno le ha mai trovate». Così come è bastato un racconto al telefono di un vecchio omicidio - quello di Santino Gungui, che risale al 1974 - per mandare a giudizio Mesina, che poi è stato assolto in primo e secondo grado per non aver commesso il fatto: la sua era stata una delle tante sparate, di quelle che fanno parte del suo personaggio controverso e un po’ guascone. Non solo: «Mesina è stato accusato di aver dato fuoco alla sua Porsche Cajenne per truffare l’assicurazione - ha ricordato Beatrice Goddi - è finito a processo e poi si è scoperto che l’auto non era neppure assicurata».
Insomma: per la difesa Mesina è il classico vestito da indossare in ogni stagione, i reati che avrebbe commesso non c’è bisogno di dimostrarli, gli stanno a pennello perché è Mesina. Solo che l’ex latitante ha trascorso una vita in galera e con quei trent’anni incassati in primo grado non avrà più alcuna speranza di vivere oltre le sbarre: «E’ stato già punito - ha insistito l’avvocata Goddi - ha già pagato per il suo passato, ma stavolta merita l’assoluzione».
Respinta l’istanza della difesa, che ha chiesto la presenza in aula dell’imputato all’udienza finale dell’appello - assisterà al processo in collegamento dal carcere di Badu e’ Carros - il presidente della Corte Giovanni Lavena ha aggiornato l’udienza al 22 maggio per repliche e sentenza.
I giudici di secondo grado dovranno esprimersi anche sulle posizioni di Corrado Altea - condannato in primo grado a 16 anni di reclusione, difeso da Luca Cianferoni - e di Vinicio Fois (condannato a 3 anni), Efisio Mura (3 anni e 4 mesi) e Luigi Atzori (2 anni) difesi da Teresa Camoglio.
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