La Nuova Sardegna

Un maestro generoso sempre aperto al nuovo

di Guido Melis
Un maestro generoso sempre aperto al nuovo

Si è spento ieri a 89 anni un intellettuale profondamente amato in tutta l’isola Oggi alle 9 a Sassari la camera ardente nella sede del Dipartimento di Storia

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Manlio Brigaglia ci ha lasciato ieri all’età di 89 anni, stroncato nella sua casa da un malore improvviso. Oggi alle aprirà la camera ardente nella sede del Dipartimento di Storia, in viale Umberto. Domani i funerali, alle 11 nella chiesa di San Paolo.

C’era uno scherzo tra me e Brigaglia, uno dei tanti che si divertiva a inventare. Chi moriva per primo dei due, l’altro doveva cominciare il pezzo commemorativo con la formula standard e un po’ bolsa di un vecchio giornalista dei suoi tempi ruggenti: «La penna si rifiuta di scrivere». Ai suoi 80 anni, che la Sassari colta e politica aveva celebrato con un grande omaggio al Teatro Civico, io avevo portato con me un’orrida penna-bomboniera incapace di scrivere e gliel’avevo regalata. Era la nostra segreta scaramanzia.

Brigaglia è stato il mio maestro. Mio professore al liceo mi ha insegnato a studiare (e a scrivere) come nessun altro professore avrebbe saputo fare. Ho raccontato altre volte che noi sapevamo Dante alla luce dell’ultima critica ma al tempo stesso conoscevamo Umberto Eco, quando nessuno nelle scuole italiane ne sapeva niente; e qualcuno si era pure comprato il corso di linguistica generale di Saussure e bene o male lo aveva persino letto. Come insegnante era insuperabile, affascinante, profondo, piacevolissimo da sentire anche per l’alunno degli ultimi banchi. Non avresti mai voluto deluderlo, mai sfigurare davanti a lui se ti interrogava, e a pensarci bene è questa la vera dote del buon professore.

Poi c’è stato il maestro di giornalismo. Ci ha insegnato a scrivere “semplice”, a rispettare spazi e battute, a usare la virgola e il punto a capo, a bandire le parole difficili. «Anche il barbiere deve poter leggere il giornale», diceva ai redattori che facevano con lui in certi anni il quotidiano sassarese del lunedì. Il barbiere, che solo il lunedì chiude bottega e ha il tempo per leggere il giornale.

Brigaglia è stato un intellettuale modernissimo, straordinariamente curioso dei nuovi modi e delle moderne tecnologie del comunicare, aperto alle forme diverse della cultura, lettore onnivoro: molta letteratura all’inizio, ma poi storia, tutte le scienze sociali, politologia, arte, costume. Aveva interessi che avresti detto enciclopedici, se non fosse che poi scoprivi che su ognuno non solo sapeva tutto quel che c’era da sapere ma era in grado di ragionare sul fenomeno alla luce di una cultura mai improvvisata, solida, densa di valori. Era stato amico e allievo di Antonio Pigliaru, con lui uno degli animatori della rivista “Ichnusa” seconda serie (e poi, morto Pigliaru, con Melis Bassu e Mannuzzu, anche della terza serie); aveva lavorato a lungo in radio; curato con Renzo Serra documentari memorabili sulla Sardegna; tenuto conferenze e lezioni in tutta l’isola, il cui territorio conosceva palmo a palmo. Aveva scritto libri importanti di storia (il suo Lussu, venuto prima di quello dell’amico Peppino Fiori); aveva insegnato a generazioni di studenti all’università. Aveva curato la grande enciclopedia “La Sardegna”, della quale andava orgoglioso («c’è tutto», amava dire). E la Sardegna, in tutti i suoi aspetti e sotto tutti i profili, era l’oggetto preferito del suo lavoro culturale.

Ho usato di proposito la parola “lavoro”, perché Brigaglia era innanzitutto un lavoratore. Instancabile. Era un operaio specializzato della scrittura. La sua scrivania, anche nell’indicibile disordine, testimoniava di un’attività infaticabile, quotidiana, ininterrotta: il libro da scrivere, l’articolo da consegnare, la tesi da correggere, il progetto editoriale da stendere, le bozze da spulciare come solo lui sapeva. Non ho scritto niente di importante che lui non abbia prima letto, commentato, corretto sin nelle virgole. Era così anche ora che sono anziano, lo è stato sino a ieri.

Ma soprattutto amava «fare i libri degli altri». Progettarli (bellissime le collane da lui ideate), prenderli sotto la sua ala, riscriverli a volte di sana pianta sciogliendo le scontrosità della prosa altrui, ideare i caratteri tipografici e gli spazi, inventare il titolo e la copertina. L’ultimo, che ci lascia incompiuto, è un catalogo dei libri “fatti” in quasi sessant’anni: sui quali, magari anonimamente, aveva impresso il timbro inconfondibile del suo stile, del suo gusto mai banale.

Che tipo di intellettuale è stato Brigaglia? Io credo di un genere nuovo che in Sardegna non ha precedenti e, a me sembra, neanche eredi diretti. Non accademico, per quanto abbia onorato coi suoi corsi l’università. Non impegnato nella battaglia politica, per quanto non rifuggisse dalla militanza attiva (come fece, da cattolico democratico, nella battaglia civile per il divorzio). Non erudito, per quanto si potesse ricorrere a lui e alla sua proverbiale memoria come si sfoglia un dizionario. Non avvolto in vesti curiali, sebbene sapesse, quando era d’obbligo farlo, anche indossare i panni del maestro che era. Moderno perché non rifuggiva dal nuovo; perché viveva nel mondo dei media del quale conosceva come nessun altro vizi e virtù; perché sapeva unire la cultura “alta” dei grandi autori che amava (il “suo” Montale) con le forme popolari della produzione culturale: la letteratura gialla o d’azione, il cinema, la televisione. «Alle 18.30 – mi aveva detto una delle nostre ultime sere passate a chiacchierare (a “sminchionare” diceva lui) – smetto di lavorare e guardo in tv i quiz serali». Un vezzo, un modo di praticare l’arte di cui era veramente maestro, che era l’undertstatement, il fingersi banale e anche provinciale – lui che era così eccezionale da conquistare nel giro di mezzora qualunque interlocutore, anche il più colto e famoso, che gli capitasse di incontrare.

Ci mancherà. Mancherà a molti di noi. Ognuno di noi sa perché.



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