Le buone prassi per educare gli adolescenti
Una docente delle scuole medie ha fatto sedere gli alunni su una carrozzina per far vedere quanto sia difficile vivere per i disabili quando i parcheggi a loro destinati sono occupati abusivamente
Le barriere sono piccoli mostri che non permettono agli uomini di incontrarsi. Nel mondo degli adolescenti questa storia cammina su sentieri diversi. Il processo narrativo di chi, ancora, non ha costruito barriere permette una visione diversa: gli adulti, per intenderci, guardano il mondo con una telecamera fissa, i ragazzi lo osservano con quelle rotanti e hanno, ovviamente, una visuale completamente diversa. I bambini non conoscono il concetto di razza. Hanno solo il desiderio di giocare con i propri compagni e il colore non conta. Come non conta neppure la lingua, perché è certo che un bambino giapponese e uno italiano avranno il gioco come grimaldello per incontrarsi. Le barriere, è vero, nasceranno nell'adultità e le costruiscono quelli che una volta sono stati bambini.
È necessario, quindi, cominciare a modificare la narrazione dell'infanzia e dell'adolescenza attraverso piccoli gesti che nascono nei luoghi d'incontro e di formazione: le scuole. Non sono un frequentatore di aule scolastiche e non voglio, nella maniera più assoluta, ergermi a sociologo capace di risolvere i problemi che la scuola italiana affronta in questi anni, diversi sicuramente da quelli vissuti quando a scuola ci andavo io. Voglio semplicemente raccontare una piccola storia di provincia, di quelle storie che uniscono e ci illudono, almeno per un giorno, che dentro le nostre città, i nostri paesi, le nostre vite non ci siano barriere e le regole vengano rispettate.
È la storia di Daniela Vignocchi, un'insegnante di tecnologia alle scuole medie (ai miei tempi si chiamavano applicazioni tecniche) che, osservando le pochissime pagine dedicate dal libro alle barriere architettoniche, decide di mostrare ai ragazzi della sua classe quanto sia complicata la vita in carrozzina e quanto sia difficile vivere in una città dove anche i parcheggi per disabili sono occupati abusivamente da persone definibili, almeno fisicamente, normali. I ragazzi si son seduti su una carrozzina, si sono fatti spingere, hanno provato a camminare sui marciapiedi con molti ostacoli, tra cui le biciclette (siamo a Modena) legate al palo. Ogni ragazzo aveva un ruolo: alcuni volantinavano, per sensibilizzare l'opinione pubblica a mantenere i comportamenti di buon cittadino, altri erano vigili e hanno lasciato su diverse auto delle false multe a chi, incautamente, si era parcheggiato in uno stallo riservato ai disabili. Qualche cittadino ha annuito, qualcuno ha posto domande (e, forse, si è posto delle domande), quelli che, invece, sono stati colti in flagranza hanno tentato un approccio sistemico consolatorio e leggendo la falsa multa hanno risposto: "È vero, ma non c'era parcheggio. Era solo un minuto".
Un minuto. Perché gli adulti hanno una concezione del tempo diversa dai ragazzi. Tutto è perfettamente organizzato. Non ci sono partite di calcio che non finiscono mai, serate che si rincorrono senza fine, non ci sono intere settimane ad ascoltare la stessa canzone o vedere lo stesso film. Nel mondo degli adulti le partite di calcio durano 90 minuti più recupero, le serate sono scandite da happy hour, cene, dopo cene e le canzoni, quando di ascoltano, sono sempre diverse. Salvo la deroga alle regole che essi stessi si sono dati e che solo loro possono infrangere: quel parcheggio dei disabili quasi sempre vuoto, davanti a un ammasso di ferro parcheggiato non sempre entro i canoni e le regole, diventa un miraggio. Solo per un minuto.
La professoressa Vignocchi ha tentato, con la sua operazione, di provare a spiegare quanto è importante per un disabile, per un cittadino con problemi di deambulazione osservare i negozi, camminare per strada, attraversare le strisce, parcheggiare un auto, essere considerati normali anche per un minuto. Io non so se questa lezione potrà essere replicata, come esempio di buona prassi. Me lo auguro, perché ai miei tempi durante la lezione di applicazioni tecniche si disegnavano le proiezioni ortogonali. Abbattere i muri è, invece, una bella proiezione per il futuro dei nostri figli.
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