Sangue a Gaza, colpa di Hamas e di Netanyhau
Non solo Trump e l'apertura dell'ambasciata Usa a Gerusalemmme: emerge la responsabilità politica di coloro che hanno fatto fallire gli accordi di Oslo
Il lunedì di sangue sulle dune del Mediterraneo meridionale è la cronaca ripetitiva di un conflitto, quello israelopalestinese, destinato a durare in eterno. Scusa o causa della giornata di protesta palestinese è stata l'apertura a Gerusalemme dell'ambasciata statunitense. La rabbia dei giovani palestinesi che da settimane in migliaia "sfidano", anche violentemente, i cecchini dell'esercito con la stella di Davide, è un fiume in piena. Manifestazioni indette per chiedere il ritorno dei profughi in quella che una volta era la loro terra e casa. Un diritto perduto nel 1948 che nessuno può restituire. Sebbene le richieste dei manifestanti siano inaccettabili per Israele, avendo il corso delle guerre reso quel sogno irrealizzabile, quanto accade alle porte di Gaza mette a nudo le responsabilità politiche sia di Hamas che dell'attuale esecutivo israeliano: i leader del movimento terroristico islamico e Netanyahu hanno contribuito, ciascuno con la propria parte, al fallimento degli accordi di Oslo.
Il radicamento di Hamas a Gaza e la crisi di Fatah sul fronte palestinese hanno coinciso con il trionfo di Netanyahu e la deriva della sinistra sionista. E oggi, se a Gaza il regime fondamentalista dovesse implodere, il rischio di anarchia sarebbe per Israele un serio problema di sicurezza nazionale. Paradossalmente quindi, Bibi Netanyahu garantisce, non certo a parole ma in un gioco delle parti, ad Hamas stabilità e controllo.
Nelle passate settimane il primo ministro di Israele si è trovato ad affrontare la peggiore crisi di governo del suo mandato: i partiti della coalizione hanno fatto scricchiolare l'approvazione del documento di bilancio. Rientrata la minaccia di elezioni anticipate, "il falco" Bibi ha ripreso con determinazione la sua battaglia, comunicativa e militare, contro l'Iran, colpendo le basi dei pasdaran sciiti in Siria. Netanyahu, inoltre, può annoverare una serie di successi internazionali: le prime tappe del Giro d'Italia corse nelle strade e nella storia del Paese; la vittoria di una cantante israeliana all'Eurovision; la partecipazione all'inaugurazione dell'ambasciata USA di una delegazione (Ungheria e Repubblica Ceca) del gruppo di Visegrad, stati che minano l'unità fondante dell'Ue.
Il premier israeliano è incalzato da inchieste di corruzione che stanno entrando nella fase calda. Parallelamente anche il suo principale alleato Trump è in un momento delicato del mandato, per le indagini del Russiagate. Due politici sotto potenziale scacco degli inquirenti, che con gesti eclatanti e controversi, non ultimo il riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele, hanno legato indissolubilmente il loro futuro politico: se cade uno la poltrona dell'altro a catena traballa. Più fragile la posizione di Netanyahu in caso di un prossimo intervento in Siria, o di un allargamento del conflitto con Teheran, in quel caso non può fare a meno dell'appoggio della Casa Bianca. Dove Trump, in un susseguirsi di defezioni dello staff, ha finito per circondarsi di un gabinetto di guerra, influendo molto sulle recenti scelte. Decisioni che legittimano la linea dura di Netanyahu per il Medioriente e chiudono ogni speranza all'ala moderata palestinese.
Debole la posizione del successore di Arafat. Abu Mazen è al minimo storico di popolarità, isolato internamente e a livello internazionale, in un tramonto politico segnato da cadute di stile, con infelici affermazioni riconducibili al più becero antisemitismo. E con l'incubo di vedere Hamas allargare l'influenza anche alla Cisgiordania, scardinando definitivamente il potere di Fatah. In Terra Santa politica e religione alimentano rabbia e paura, istinti che separano, anche fisicamente, chi vive in quel fazzoletto. Sorprende che in quelle terre ci siano padri orgogliosi dei loro figli soldati che sparano sulla folla oppure, madri che magnificano il loro figlio martire in un attentato terroristico. Non stupisce ai nostri occhi lo stridente contrasto tra la festa di Gerusalemme e il massacro di Gaza, triste prezzo di una guerra di simboli, asimmetrica e assurda. (@degirolamoa)
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