La sfida dei produttori: l’isola come la Borgogna
Le criticità del comparto nel confronto tra le cantine galluresi Siddura e Surrau «Manca una promozione efficace, per i vini sardi ci vuole un brand unico»
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PORTO CERVO. Il vino in tutte le sue declinazioni. Ma, soprattutto, il valore del prodotto attraverso la Sardegna, terra di vitigni che deve aspirare a diventare il marchio di riferimento per vendere le bottiglie sui mercati esteri, dove il territorio diventa fondamentale. Non poteva che essere il vino il grande protagonista della seconda giornata del “Porto Cervo Wine&Food festival”, la rassegna enogastronomica che apre la stagione in Costa Smeralda e che quest’anno festeggia la decima edizione. Tra gli stand affollati del Conference center di Porto Cervo, dove le cantine sarde fanno la parte del leone e provano a ragionare sul futuro del settore, ad attirare l’attenzione e prendersi la scena è stato il dibattito sul tema “Il vino come elemento del marketing territoriale”.
Brand Sardegna. Insieme al giornalista enogastronomico Antonio Paolini, si sono confrontati Massimo Ruggero, amministratore delegato della cantina Siddùra di Luogosanto e Tino Demuro, patron della cantina Surrau di Arzachena. Due delle realtà di impresa legate al vino più importanti della Gallura, conosciute e apprezzate sui mercati internazionali. «Il problema di noi sardi è quello di non essere sempre capaci a vendere il nostro territorio – spiega Massimo Ruggero –. Spesso siamo uniti fuori da casa, mentre a casa nostra lo siamo meno. L’identità è essa stessa un brand, per questo credo sia necessario vendere il brand “Sardegna. La settimana scorsa sono stato ospite di un evento nel quale le cantine erano rappresentate dal marchio “made in Italy”. Il brand deve comunicare emozioni, poi c’è la qualità dei nostri vini che deve puntare a conquistare il consumatore».
Da Tokyo a porto Cervo. «Qualche anno fa mi capitò di essere a Tokyo per la presentazione dei nostri vini e non riuscivamo a far capire dove fosse la Sardegna – racconta Tino Demuro –. Poi vidi un quadro che ritraeva Porto Cervo e dissi: siamo qui! Il nostro compito è non distruggere quello che ha creato madre natura. Abbiamo il vermentino, dobbiamo solo mettergli la cornice del racconto, il vento, la salinità, il terroir».
Non solo vermentino. Il vermentino, certo. Ma anche il Cannonau, le cui vendite crescono a doppia cifra sul mercato nazionale. «Ormai tutto il vino si acquista nella grande distribuzione, con buona pace per enoteche e wine bar – sottolinea Antonio Paolini –. La Sardegna deve esserci e scalare gli scaffali, facendo crescere la redditività. Il brand deve essere la Sardegna, che deve diventare come una unica Borgogna circondata dal mare». Marketing e brand, concetti ad alto valore aggiunto che poco servono davanti alla mancanza di cultura del vino da parte di coloro che sono i primi interlocutori per i consumatori.
La cultura del vino. A denunciare queste carenze è stata Attilia Medda, delegata dell’associazione sommelier per la Gallura. «Dobbiamo preoccuparci anche del riuscire a comunicare negli aeroporti, come nei bar e ristoranti – sottolinea la Medda –. Ho visto scene in cui davanti a persone che chiedevano un vermentino, c’era chi rispondeva “ecco il prosecco sardo”. Se non siamo capaci di educare loro per primi, dove vogliamo andare? Se siamo ignoranti, senza una preparazione, cosa vogliamo vendere?».
Brand Sardegna. Insieme al giornalista enogastronomico Antonio Paolini, si sono confrontati Massimo Ruggero, amministratore delegato della cantina Siddùra di Luogosanto e Tino Demuro, patron della cantina Surrau di Arzachena. Due delle realtà di impresa legate al vino più importanti della Gallura, conosciute e apprezzate sui mercati internazionali. «Il problema di noi sardi è quello di non essere sempre capaci a vendere il nostro territorio – spiega Massimo Ruggero –. Spesso siamo uniti fuori da casa, mentre a casa nostra lo siamo meno. L’identità è essa stessa un brand, per questo credo sia necessario vendere il brand “Sardegna. La settimana scorsa sono stato ospite di un evento nel quale le cantine erano rappresentate dal marchio “made in Italy”. Il brand deve comunicare emozioni, poi c’è la qualità dei nostri vini che deve puntare a conquistare il consumatore».
Da Tokyo a porto Cervo. «Qualche anno fa mi capitò di essere a Tokyo per la presentazione dei nostri vini e non riuscivamo a far capire dove fosse la Sardegna – racconta Tino Demuro –. Poi vidi un quadro che ritraeva Porto Cervo e dissi: siamo qui! Il nostro compito è non distruggere quello che ha creato madre natura. Abbiamo il vermentino, dobbiamo solo mettergli la cornice del racconto, il vento, la salinità, il terroir».
Non solo vermentino. Il vermentino, certo. Ma anche il Cannonau, le cui vendite crescono a doppia cifra sul mercato nazionale. «Ormai tutto il vino si acquista nella grande distribuzione, con buona pace per enoteche e wine bar – sottolinea Antonio Paolini –. La Sardegna deve esserci e scalare gli scaffali, facendo crescere la redditività. Il brand deve essere la Sardegna, che deve diventare come una unica Borgogna circondata dal mare». Marketing e brand, concetti ad alto valore aggiunto che poco servono davanti alla mancanza di cultura del vino da parte di coloro che sono i primi interlocutori per i consumatori.
La cultura del vino. A denunciare queste carenze è stata Attilia Medda, delegata dell’associazione sommelier per la Gallura. «Dobbiamo preoccuparci anche del riuscire a comunicare negli aeroporti, come nei bar e ristoranti – sottolinea la Medda –. Ho visto scene in cui davanti a persone che chiedevano un vermentino, c’era chi rispondeva “ecco il prosecco sardo”. Se non siamo capaci di educare loro per primi, dove vogliamo andare? Se siamo ignoranti, senza una preparazione, cosa vogliamo vendere?».
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