Crescono i posti di lavoro ma 9 su 10 sono a termine
La generazione tra i 25 e i 34 anni ha contratti temporanei e sottopagati. Temussi: «Boom di assunzioni nel settore turistico, ma solo per pochi mesi»
SASSARI. Sappiamo tutti che le famiglie sono preoccupate per la difficoltà dei figli di trovare un lavoro stabile. E non è una preoccupazione esagerata. Per rendersene conto basta guardare i dati elaborati dall’Aspal – l’agenzia sarda per le politiche attive del lavoro – sul mercato del lavoro nel 2017 e nei primi tre mesi di quest’anno. Questi dati raccontano come negli ultimi 10 anni il lavoro dei giovani sia diventato sempre più precario, nonostante gli sforzi di incentivare l’apprendistato o le assunzioni stabili con le decontribuzioni. «La verità è che con il Jobs act il lavoro è diventato flessibile per definizione – dice il direttore generale dell’Aspal, Massimo Temussi – Senza contare che la Sardegna è stata una delle regioni più colpite dalla crisi economica. Il risultato è che, quel poco di lavoro che ancora c’è, è precario, poco qualificato, e dura pochi mesi». Solo un 9% di lavoratori l’anno scorso ha avuto la fortuna di essere assunto a tempo indeterminato, mentre il 75% si è dovuto accontentare di un contratto a termine.
«L’occupazione è aumentata negli ultimi 5 anni, arrivando a un tasso del 54%, vicino ai livelli pre-crisi. Questo recupero occupazionale è dovuto soprattutto al boom del turismo. Ma si tratta di lavori stagionali, di pochi mesi, anche perché da noi la stagione turistica è cortissima». A beneficiare dell’aumento dell’occupazione sono stati soprattutto i giovani ma con contratti che raramente superano i tre mesi. «Nel 2017 l’aumento degli occupati nella fascia d’età 15-34 anni ha riguardato solamente i dipendenti a tempo determinato (+12%) – spiega Tamussi – Rispetto al 2008 l’incidenza del lavoro a termine tra i giovani è aumentata di 9 punti percentuali». Ma la quota di assunzioni a tempo indeterminato sul totale è diminuita non solo tra i giovani ma in tutto il mercato del lavoro. «Anche i rapporti di lavoro attivati nei primi tre mesi di quest’anno sono soprattutto a tempo determinato – ammette Temussi – Su 62mila e 447 contratti, 46mila sono a termine, il 74% del totale, e solo 7mila sono a tempo indeterminato». L’altra faccia della medaglia è l’esplosione della Naspi, l’indennità mensile di disoccupazione. «La Gallura è ai primi posti in Italia – ricorda Temussi – Olbia è seconda dopo Rimini».
Molti potrebbero obiettare che la fascia d’età tra i 15 e i 34 anni comprende anche gli studenti dov’è naturale che si concentrino i lavoretti. Ma Temussi specifica che anche restringendo l’analisi alla fascia 25-34 anni il lavoro a termine costituisce il 75% del totale degli occupati». Si potrebbero aggiungere altri numeri, come il fatto che nella fascia d’età tra i 25 e i 34 anni (quindi anche qui al netto degli studenti) il tasso di disoccupazione nel 2017 è superiore al 40% contro una media dell’eurozona dell’11%. Per non parlare dell’aumento della povertà assolutà, anche nell’isola.
«Il problema è il tessuto produttivo – spiega Temussi –. L’artigianato e l’edilizia sono in profonda crisi in Sardegna. Le grandi aziende non ci sono più. Per questo invito i giovani a ripensare il loro futuro: il lavoro non è solo quello dipendente. I ragazzi devono cambiare mentalità e diventare imprenditori». Gli incentivi, ricorda Temussi, ci sono: «Il microcredito e i programmi Talent up e Resto al Sud sono misure nate per incentivare i giovani a fare impresa. Si rimetterebbe cosi in moto un circuito virtuoso: più imprese vuol dire più occupazione».
C’è molto altro da fare per aiutare i giovani a inserirsi nel mondo del lavoro. «Un altro nodo è la formazione. Il lavoro sta cambiando – avvisa Temussi – I profili richiesti oggi dalle aziende, anche in Sardegna, sono soprattutto nel digitale: esperti in sicurezza informatica, data scientist, data engineer. Se i ragazzi vogliono trovare un lavoro quando escono dall’università devono puntare sulle facoltà Stem: scienza, tecnologia, ingegneria e matematica». Per questo l’Aspal ha avviato il progetto “Pillole di lavoro”: «L’obiettivo è spiegare agli studenti delle scuole superiori quale sarà il lavoro del futuro e aiutarli così a scegliere il percorso più adatto».
Per il direttore generale dell’Aspal i ragazzi devono capire che è «impossibile trovare lavoro dipendente per tutti, soprattutto in Sardegna». E l’Aspal cosa fa per aiutarli? «Come agenzia ci stiamo concentrando soprattutto sulla formazione. Cerchiamo di capire quali sono i fabbisogni occupazionali e formativi delle aziende e formiamo i lavoratori con la speranza che vengano poi assunti. Il problema è che oggi le assunzioni che passano dai centri per l’impiego sono appena il 3% del totale. Possiamo fare veramente poco per aiutare una persona a trovare lavoro. Il reddito di cittadinanza? Guardi, è giusto aiutare chi ha bisogno. Ma per come è formulato diventerà un sussidio a vita, almeno da noi. L’erogazione presuppone infatti un impegno attivo del cittadino a cercare lavoro e cessa se nell’arco di due anni vengono rifiutate tre proposte. Ma in Sardegna è già un miracolo riceverne una».
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