Sardegna declassata, Paci: la decisione della Ue è un bene
L’assessore: così certificata una situazione che esiste da 5 anni. Con la retrocessione tra le regioni in via di sviluppo arriverà il 30% di fondi in più
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CAGLIARI. Il declassamento della Sardegna da parte dell’Unione europea certifica una situazione esistente. E non da oggi, ma dal 2013, in seguito alla crescita dei Paesi dell’est. L’assessore Raffaele Paci non ci sta a fare passare il ritorno della Sardegna tra le regioni d’Europa in via di sviluppo come una bocciatura della politica della sua giunta. «La Sardegna è scesa sotto il 75 per cento del Pil pro capite rispetto alla media europea già dal 2013 perché l’Unione, in particolare con i Paesi dell’Est, è cresciuta più di quanto cresce l’Italia – dichiara il vicepresidente della Regione –. Adesso l’Europa sta programmando il prossimo ciclo che partirà nel 2022 e quindi certifica una situazione ben nota».
L’annunciata decisione dell’Unione europea di riportare la Sardegna fra le regioni in via di sviluppo comporterà un aumento dei fondi a disposizione nel prossimo ciclo di programmazione. Il riconoscimento di uno status che, spiega Paci, sarebbe dovuto avvenire già molto tempo prima. «La Sardegna sta passando tutto l’attuale ciclo 2014-2020 come se fosse una regione in fase di transizione, mentre sin dall’inizio aveva tutti parametri di regione in via di sviluppo – dice ancora il numero due di Pigliaru –: nel 2014, quando è iniziato il nuovo ciclo, eravamo in piena crisi internazionale e nazionale, una crisi che ha colpito in modo molto grave la nostra isola. Come Regione abbiamo fatto presente in tutti i modi questa situazione per cercare di ottenere fondi compensativi, più soldi quando ne avevamo bisogno. Adesso Bruxelles ha finalmente preso atto della situazione e quindi ci verrà garantito un ammontare di risorse equiparato all’effettivo livello del disagio, circa il 30 per cento in più rispetto alle cifre attuali».
Dopo 5 anni, dunque Bruxelles ha preso atto che il Pil pro capite della Sardegna non era più all’interno della fascia che va dal 75 al 90 per cento della ricchezza media di un cittadino europeo. È almeno dal 2013 che i sardi vivono con molto meno (19mila euro l’anno) e non possono più rientrare fra le regioni in transizione. Solo che l’ Europa ha tempi lunghi e quello che era già evidente da anni, il calo del Pil, è stato ratificato solo a fine maggio. La Sardegna da quando è una regione in transizione riceve in media dalla Ue 600 milioni dalla cassa del Fondo sociale, 900 milioni come quota del Fondo di coesione e un miliardo e 300 milioni per il Piano di sviluppo rurale. Con il declassamento, dovrebbe arrivare un extra intorno al 30 per cento. Calcolatrice alla mano: dal 2021 incasserà 840 milioni in più rispetto ai 2,8 miliardi attuali. Una sorta di bonus, perché è ritornata a fare parte del blocco delle regioni sottosviluppate, secondo la classifica Ue, visto che il suo prodotto intorno lordo è sceso sotto la soglia del 75 per rispetto a quello europeo.
L’annunciata decisione dell’Unione europea di riportare la Sardegna fra le regioni in via di sviluppo comporterà un aumento dei fondi a disposizione nel prossimo ciclo di programmazione. Il riconoscimento di uno status che, spiega Paci, sarebbe dovuto avvenire già molto tempo prima. «La Sardegna sta passando tutto l’attuale ciclo 2014-2020 come se fosse una regione in fase di transizione, mentre sin dall’inizio aveva tutti parametri di regione in via di sviluppo – dice ancora il numero due di Pigliaru –: nel 2014, quando è iniziato il nuovo ciclo, eravamo in piena crisi internazionale e nazionale, una crisi che ha colpito in modo molto grave la nostra isola. Come Regione abbiamo fatto presente in tutti i modi questa situazione per cercare di ottenere fondi compensativi, più soldi quando ne avevamo bisogno. Adesso Bruxelles ha finalmente preso atto della situazione e quindi ci verrà garantito un ammontare di risorse equiparato all’effettivo livello del disagio, circa il 30 per cento in più rispetto alle cifre attuali».
Dopo 5 anni, dunque Bruxelles ha preso atto che il Pil pro capite della Sardegna non era più all’interno della fascia che va dal 75 al 90 per cento della ricchezza media di un cittadino europeo. È almeno dal 2013 che i sardi vivono con molto meno (19mila euro l’anno) e non possono più rientrare fra le regioni in transizione. Solo che l’ Europa ha tempi lunghi e quello che era già evidente da anni, il calo del Pil, è stato ratificato solo a fine maggio. La Sardegna da quando è una regione in transizione riceve in media dalla Ue 600 milioni dalla cassa del Fondo sociale, 900 milioni come quota del Fondo di coesione e un miliardo e 300 milioni per il Piano di sviluppo rurale. Con il declassamento, dovrebbe arrivare un extra intorno al 30 per cento. Calcolatrice alla mano: dal 2021 incasserà 840 milioni in più rispetto ai 2,8 miliardi attuali. Una sorta di bonus, perché è ritornata a fare parte del blocco delle regioni sottosviluppate, secondo la classifica Ue, visto che il suo prodotto intorno lordo è sceso sotto la soglia del 75 per rispetto a quello europeo.
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